Le cicogne nere. Hidma. La mia fuga, di Abdelfetah Mohamed

Le cicogne nere
La cicogna nera è un uccello che vive spostandosi tra l’Europa e l’Africa. Hidma, in lingua tigrina, significa “fuga”. I due termini segnano il parallelismo tra i volatili che migrano verso l’Africa e gli uomini che invece l’abbandonano nella speranza di poter avere nuove opportunità di vita. Abdel ripercorre la sua fuga, iniziata insieme alla famiglia nel campo profughi di Wadsharifi, e i ricordi dei genitori e dei fratelli. Gli anni in Eritrea, il passaggio dal Sudan e infine la Libia. Un percorso di ricerca dell’identità, tra esili, prigionie e il lavoro nei campi di cotone, fino all’arrivo in Italia e il viaggio a ritroso da Nord a Sud. Una narrazione di rara intensità conduce il lettore al fianco di Abdel, per accompagnarlo nel suo cammino ostacolato dalle contraddizioni dell’esistenza.

Titolo: Le cicogne nere. Hidma. La mia fuga
Autore: Abdelfetah Mohamed con Saul Caia
Anno prima edizione: 2017
Editore: Istos Edizioni

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Per molti la frontiera è quel mare che li porta lontano da guerre e sofferenza… è un mare che porta speranza, la promessa di un futuro che sembrava impossibile.

LA CITAZIONE:

“Chi decide di fuggire dalla guerra o dalla povertà si lascia tutto alle spalle scappando per continuare a vivere, a prescindere da tutto.

TEMI TRATTATI:

  • immigrazione
  • accoglienza
  • traffico umano
  • fuga dalla guerra
  • storia contemporanea dell’Eritrea

PAROLE CHIAVE:

  • “Hidma” (fuga)
  • Centri di accoglienza in Italia
  • Guerra Etiopia-Eritrea

L’AUTORE:

Abdelfetah Mohamed nasce in un campo profugo in Sudan vicino al confine dell’Eritrea, se volete una data di nascita precisa, lui non la sa, ma se per voi è importante, allora il 26 dicembre 1981 (“sono le prime parole che mi escono dalla bocca, ricordando il giorno della mia libertà, quando ero fuggito dal campo militare in Eritrea dove ero tenuto prigioniero; il mese di dicembre è quello in cui è nata mia figlia, mentre il 1981 è l’anno dell’elezione del presidente statunitense Reagan.”). La sua vita è fra le pagine di questo libro, dove ci racconta il suo viaggio verso l’Europa, attraverso l’Eritrea, il Sudan e la Libia. Ora lavora in Italia come mediatore culturale e partecipa alle operazioni di recupero di migranti nel Mediterraneo sulle navi delle Organizzazioni non governative.

APPROFONDIMENTI:

  • Abdelfetah racconta di esser nato negli anni Ottanta in un campo di rifugiati vicino al confine fra il Sudan e l’Eritrea, patria dei genitori, ma da cui son dovuti scappare a causa della guerra che imperversava nel paese: in quegli anni infatti era ancora in corso la lotta dell’Eritrea per l’indipendenza dall’Etiopia di cui era provincia, indipendenza che conquisteranno solo all’inizio degli anni Novanta (come racconta Abdel a pag. 50). Ma la pace non era destinata a durare: nel 1998 l’Etiopia invade la città di Badme reclamandola come propria e da questo momento ha inizio una guerra che porterà alla morte di un numero impressionante di persone. Il conflitto si conclude sulla carta nel 2000, ma le tensioni e gli attacchi andranno avanti ancora per molti anni, fino all’estate del 2018 che vedrà un un accordo di pace fra il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il dittatore eritreo Isaias Afewerki. Qui potete trovare maggiori informazioni sulla storia del conflitto fra Eritrea ed Etiopia, con un approfondimento delle conseguenze della guerra.
  • Nel capitolo La notte della libertà (pag. 50-52), Abdel racconta la delusione del padre dopo l’iniziale gioia per la conquista dell’indipendenza da parte dell’Eritrea. L’indipendenza non portò quella pace per cui molti avevano lottato, infatti il nuovo Governo adottò subito una politica di repressione: vennero negati i diritti civili ai cittadini e soppresso ogni partito di opposizione. E venne cambiata la bandiera che tanti combattenti per la libertà facevano sventolare durante la lotta per l’indipendenza: anche solo il possederla era diventato un reato per il nuovo Governo. Ne venne elaborata una nuova con più colori, rappresentanti la giustizia, l’uguaglianza, l’unità, la pace e il progresso… promesse che non vennero mantenute. Qui potete vedere il passaggio delle bandiere negli anni.
  • Ad un certo punto della storia Abdel racconta della sua prigionia in Eritrea: cos’è successo? L’Eritrea post indipendenza era diventata una dittatura, e Abdel, come molti altri, aveva provato a ribellarsi e aveva rifiutato il servizio militare obbligatorio a tempo indefinito (uno dei tanti motivi che spinge ancora oggi gli eritrei alla fuga).
  • A pag. 127 Abdel fa riferimento ad una strage avvenuta a Lampedusa nel 2013: si tratta del naufragio di un barcone che portò alla morte di 368 migranti. Trovate in questo articolo i fatti completi di quella giornata, con le conseguenze politiche della strage.
  • Il viaggio di Abdelfetah verso la sua nuova vita ha una tappa obbligatoria: le mezra in Libia. “Mezra” in arabo significa “magazzino”, ed è di questo che si tratta: di magazzini dove i trafficanti rinchiudono le persone paganti in attesa di compiere il viaggio in mare. Trovate un approfondimento sulla realtà dei mezra in questo articolo.
  • Da piccolo Abdel scappa di casa e va a lavorare nei campi di cotone, nel campo 9. Questo, spiega, “è stato fondato nel 1900; i colonizzatori italiani sentivano una responsabilità morale nei confronti del popolo eritreo, per questo hanno creato il progetto.”. L’Eritrea è infatti la prima colonia italiana, costituita dopo l’acquisto da parte del governo italiano (1882) della baia di Assab, sul mar Rosso, dalla Società Rubattino che, a sua volta, l’aveva acquistata dieci anni prima da sultani locali. Il 1° gennaio 1890, il governo italiano, dopo avere rilevato la proprietà di tutte le zone acquistate, decise di fare ordine con un Regio Decreto in cui, all’articolo 1, era scritto: «I possedimenti italiani del Mar Rosso sono costituiti in una sola colonia col nome di Eritrea» Il nome “Eritrea” viene dal greco ἐρυθρός, “rosso” appunto. Qui trovate un approfondimento della storia coloniale italiana in Africa.
  • Una volta arrivato in Italia, Abdel viene portato in un centro di prima accoglienza, e poi, in seguito ad una sua protesta per il nuovo stato di semi prigionia in cui si trovava per l’attesa del permesso di soggiorno, viene mandato a Caltanissetta in un centro d’identificazione ed espulsione (CIE) o centro di permanenza per i rimpatri (CPR), come verrà poi rinominato. Cosa sono questi centri? Sono strutture dove di fatto vengono detenuti i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno: “Nonostante i cittadini stranieri si trovino all’interno dei CPR con lo status di trattenuti o ospiti, la loro permanenza nella struttura corrisponde di fatto ad una detenzione, in quanto sono privati della libertà personale e sono sottoposti ad un regime di coercizione che, tra le altre cose, impedisce loro di ricevere visite e di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale.”. Trovate una spiegazione più approfondita, con la storia legale di questi centri qui.
  • Potete trovare un’intervista all’autore su questo sito, e una breve intervista video qui.
  • Qui potete vedere il viaggio di Abdel ricreato su mappa.
  • La copertina del libro è una foto di Francesco Malavolta, fotoreporter che dal 2011 documenta ciò che accade sulle frontiere europee per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea Frontex, concentrandosi in particolare sui viaggi dei migranti via mare. Qui trovate il suo sito ufficiale, e, fra i suoi lavori, anche la foto originale della copertina de Le cicogne nere.
  • Il titolo del libro, Le cicogne nere, è spiegato in quarta di copertina: la cicogna nera è un uccello che durante l’inverno cerca un clima tropicale umido, migra così verso l’Africa, in contrapposizione a tante vite umane che invece migrano non verso, ma via dall’Africa. Questi volatili non dovrebbero esserci troppo sconosciuti, infatti negli ultimi anni hanno iniziato a svernare anche in Sardegna (fonte).

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