Janàsa, di Claudia Zedda

Janàsa
Nella Sardegna nuragica si incontrano sette donne. Alcune sono originarie dell’Isola, altre provengono dal mare. Tutte hanno una particolare competenza, tutte sono fedeli al culto della Madre Terra. Convivendo e creando una piccola società di donne, aiuteranno il villaggio che sorge poco distante dalla loro dimora a prosperare. Le doti delle protagoniste suggestioneranno la popolazione che inizierà lentamente a considerarle maghe, sacerdotesse, guaritrici, veggenti, donne a metà strada fra l’umano e il divino, creando nel tempo il mito di quelle che ancora oggi sull’Isola sono chiamate Janas. La vicenda viene narrata da Annita alla nipote Piera. È una storia antica che si tramanda da generazioni. Le due donne vivono a Cagliari negli anni difficili della Seconda guerra mondiale, ma non avranno alcuna difficoltà a immedesimarsi nel racconto.

Titolo: Janàsa
Autrice: Claudia Zedda
Illustrazioni: Laura Vidili
Anno prima edizione: 2018
Editore: Condaghes

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Il tempo a volte è nemico della memoria e crea frontiere fra il presente e il passato: riscoprire le antiche leggende del passato significa riappropriarci delle nostre origini, e, quindi, attraversare quella frontiera.

LA CITAZIONE:

“Ormai al villaggio molti le amavano, molte chiedevano loro consiglio, tutti parlavano delle sette, delle rosse, figlie di Luna, sorelle di Janàsa. Tutti dovevano qualcosa a quelle donne: la vita, la guarigione, la speranza.
[…] Gli abitanti del villaggio le raggiungevano con rispetto e timore perché le sorelle di Janàsa, che tutti avevano iniziato a chiamare Janàs, non solo si amavano, ma pure si temevano.
[…] La leggenda delle janas prendeva vita.”

TEMI TRATTATI:

  • leggende popolari
  • Seconda guerra mondiale a Cagliari
  • vecchio culto vs. il nuovo
  • riscoperta delle nostre radici

PAROLE CHIAVE:

  • Janas
  • Antico culto
  • Origine di una leggenda

L’AUTRICE:

Claudia Zedda è nata a Cagliari nel 1979 e vive in Sardegna, della quale è appassionata divulgatrice. Si è laureata in Lettere Moderne nel 2008 e oggi lavora come scrittrice, blogger, fotografa, social media manager e digital strategist.
Collabora in qualità di scrittrice freelance con la stampa regionale e nazionale.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Janàsa racconta un’origine fantasiosa delle janas, fate su cui la Sardegna è ricca di leggende. Qui trovate alcune delle caratteristiche di queste figure, e ne riconoscerete alcune in comune con le protagoniste del libro, come la pelle delicatissima che non dovrebbe essere esposta al sole, le vesti rosse, gli ornamenti che indossano e le loro dimore in grotte, le cosiddette domus de janas (ce n’è una anche a Carbonia, nel sito archeologico di Cannas di Sotto). Le Domus sono in realtà delle caverne funerarie scavate nella roccia dalle antiche civiltà sarde più di 5.000 anni fa, al fine, appunto, di seppellire i morti. Qui potete leggere un breve approfondimento.
    Delle Janas parla anche l’autrice nel suo blog, in cui racconta l’etimologia del loro nome: “Quando si parla delle fantastiche fate sarde, il termine che più spesso ritorna per indicarle è quello di jana. Pur essendo il nome più noto per definirle, sarebbe un errore pensare che si tratti dell’unico, dato che esse sono conosciute con una numerosa varietà di termini, caratteristica questa propria di molti altri personaggi fantastici isolani che rispecchia i particolarismi locali e la fervida immaginazione di chi visse e vive la terra sarda.” (qui l’intero articolo).
  • La storia di Janàsa e le sue sorelle s’intreccia a quella della giovane Piera e della nonna Annita, narratrice della leggenda, che vivono a Cagliari nel periodo dei grandi bombardamenti sulla città negli anni della Seconda guerra mondiale. Nella prima metà del 1943 la città venne devastata dalle bombe dell’esercito anglo-americano: “Pochi sanno che Cagliari, dopo Napoli, è stata la città italiana più bombardata durante la seconda guerra mondiale, quella che ha subito maggiori danni, come Coventry (Inghilterra) o Dresda (Germania): l’80% degli edifici fu distrutto. […] Ma perché proprio Cagliari è stata investita da tanta distruzione? Due sono le ragioni; la prima (motivazione ufficiale data dagli americani) riguarda la strategia militare: deviare l’attenzione dei tedeschi verso la Sardegna, mentre si preparava lo sbarco in Sicilia. Anche se molti pensano che la città abbia avuto il solo torto di trovarsi a poche miglia dalle basi alleate in Marocco, Algeria e Libia. Un comodo poligono di addestramento, insomma.” (fonte), “A causa dei soli bombardamenti del febbraio 1943 morirono, secondo le cifre ufficiali, 416 cagliaritani, mentre feriti e dispersi furono varie migliaia. […] Nel maggio 1943 circa 45 mila cagliaritani abbandonarono la città che rimase praticamente deserta.” (fonte).
    In questo video scorrono le immagini della città bombardata, e in questo vengono raccontati quei giorni del 1943, attraverso anche le testimonianze dei sopravvissuti.
  • Nel libro si parla spesso di unguenti e ricette fatti con erbe “magiche”: la tradizione sarda è ricca di storie e conoscenze sulle erbe, alcune “sono edibili, sono curative, alcune persino magiche”. Così scrive proprio Claudia Zedda in questo articolo in cui racconta come certe varietà di erbe e riti ad esse legati siano strettamente connessi alla nostra cultura.
  • Nel libro si parla spesso anche della sacralità dell’acqua: in Sardegna c’è un vero e proprio culto dell’acqua, con tanto di edifici ad esso dedicati, i pozzi sacri, in cui si svolgevano in antichità riti volti a “ottenere effetti benefici rispetto ai malanni di origine misteriosa o divina”. L’acqua è anche la protagonista dell’ordalia, un rito attraverso cui si giudicava dell’innocenza o colpevolezza di una persona. In questo articolo potete trovare un breve approfondimento, ma se l’argomento suscita la vostra curiosità, potreste leggere Il culto delle acque in Sardegna. Miti, riti e simboli di Fabrizio Manca Nicoletti.
  • Nel suo blog, Claudia Zedda presenta il suo libro, parla delle sue emozioni, del processo di scrittura, fino ad arrivare alle foto in copertina (quella sul retro è sua!), e a raccontare le origini della storia: “Le prime pagine le ho scritte molti anni fa, durante una notte d’estate. Bagnavo le piante in terrazza e il loro profumo, mescolato all’umido molle della luna mi avevano suggestionato. Rincasai e sdraiata nel letto scrissi qualche foglio, tutto in un fiato. Tant’è che ad esordio nel primo capitolo si respirava profumo di gelsomino e non di timo. Doveva essere un racconto ma quel racconto breve non è mai nato.”.
  • In questo video prodotto da Here I Am potete trovare un’intervista all’autrice. Racconta il momento in cui ha capito che sarebbe diventata una scrittrice e tutte le sue altre passioni: la fotografia, l’etnobotanica, la cucina… tutte declinate verso la tradizione e cultura sarda, di cui è grande estimatrice e divulgatrice. Nell’intervista parla di Janàsa, di cui svela piccoli aneddoti (“all’interno c’è anche buona parte della mia storia famigliare”) e accenna anche alla festa di San Giovanni di cui si parla nel libro. Anticipa infine la prossima uscita di un nuovo romanzo e del sequel di un suo libro, Rebecca e le Janas 2.
  • Qui trovate il booktrailer (video di presentazione) del libro, realizzato da Here I Am. Dice a tal proposito l’autrice nel suo blog: “Tutte le volte che guardo questo breve Book Trailer mi emoziono come una bambina. In fondo tutto il senso del libro, tutto il significato di Janàsa, le ragioni di quello che faccio, tutto sta proprio in queste poche parole: sono storie antiche, e noi dobbiamo fare di tutto per non dimenticarle.”.
  • I disegni del tappeto e del villaggio di Janàsa a inizio libro sono di Laura Vidili, illustratrice che aveva già collaborato con Claudia Zedda per Rebecca e le Janas.

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Onora il padre. Una storia di coraggio e di mafia, di Annamaria Piccione

Onora il padre
Valentina ha quasi diciott’anni, è bella, ricca, brava a scuola, ha amici fidati, abita in una prestigiosa casa d’epoca nel centro di Palermo. Ha un padre commercialista che la adora, una mamma francese molto elegante che la sostiene in tutto, un fidanzato che frequenta già l’università ed è figlio di carissimi amici di famiglia. In questa vita praticamente perfetta, il fatto di essere stata adottata per lei è un dettaglio irrilevante. Ma il giorno del suo compleanno, nella posta, tra le tante buste di auguri, Valentina trova un biglietto anonimo: qualcuno le vuole rivelare la verità sulle sue origini. La ragazza non confida nulla ai genitori ed esce di nascosto per incontrare l’autore del biglietto…

Titolo: Onora il padre. Una storia di coraggio e di mafia
Autrice: Annamaria Piccione
Anno prima edizione: 2018
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Le frontiere son spesso difficili da superare, fisiche o mentali che siano, ma è ancor più difficile scegliere fra giusto e sbagliato quando questa scelta coinvolge persone a cui vogliamo bene. In quei casi è fondamentale ricordare che siamo noi a convivere con la nostra coscienza, nessun altro, e che quindi, con grande coraggio, va sempre scelta la strada giusta.

LA CITAZIONE:

“‘Svegliati principessa!’ urlò l’amico. ‘Il problema non sono i delinquenti che conosciamo tutti, loro sono la punta dell’iceberg! Non sono quelli che sparano, chiedono il pizzo e si arricchiscono con la droga. Non solo almeno. I mafiosi finirebbero subito isolati se in tanti non stringessero con loro delle alleanze. E sai chi? Le persone normali, che si vendono in cambio di promesse.’”

TEMI TRATTATI:

  • famiglia
  • mafia
  • identità
  • rivoluzioni interiori

PAROLE CHIAVE:

  • Colletti bianchi e mafia
  • Coraggio

L’AUTRICE:

Annamaria Piccione è nata a Siracusa e si occupa di letteratura per ragazzi. È molto sensibile al tema della mafia, cui ha dedicato questo suo ultimo libro, Onora il padre, ma nelle sue storie sono presenti altri importanti temi sociali, quali l’immigrazione, l’accoglienza, il razzismo e le guerre. Scrive anche per il teatro e vive fra Siracusa e Palermo.

APPROFONDIMENTI:

  • Le citazioni ad inizio libro sono di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due magistrati noti per la lotta contro la mafia, uccisi a pochi mesi di distanza nel 1992. Furono fra i giudici del pool antimafia che diedero origine al Maxi Processo dello Stato contro la mafia nel 1986: il processo fu reso necessario in seguito agli spargimenti di sangue causati dalla mafia negli anni ’80, periodo in cui imperversava una guerra interna a Cosa Nostra (termine con cui oggi si identifica la mafia siciliana) per il predominio del traffico di stupefacenti, da cui uscì vittorioso il clan corleonese con a capo Totò Riina. Ma le stragi non coinvolsero solo i mafiosi, l’organizzazione iniziò anche a prendere di mira autorità dello stato. In seguito a questi eventi il magistrato Rocco Chinnici creò il pool antimafia, in questo modo venivano unite le singole indagini riguardanti la mafia e i magistrati a capo di queste potevano condividere le informazioni rompendo il loro isolamento. Dopo breve tempo Chinnici venne ucciso in un attentato, ma il pool antimafia sopravvisse e ne venne messo a capo Antonino Caponnetto, e nel febbraio del 1986 si arrivò al Maxi Processo. Il Maxi Processo, conclusosi nel dicembre del 1987, portò a 360 condanne e fu il più grande attacco alle mafie mai realizzato in Italia. Fra i condannati ci fu anche Totò Riina, capo dell’organizzazione mafiosa in quegli anni e mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino.
    In questo articolo trovate un approfondimento sui due magistrati, sulla guerra tra mafie, il Maxi Processo e sugli attentati che metteranno fine alle loro vite. Qui invece trovate un documentario prodotto dalla Rai che inserisce il racconto delle vite di Falcone e Borsellino all’interno dei grandi fatti riguardanti la mafia, dalla prima guerra di mafia degli anni ’60, fino allo smantellamento del pool antimafia e gli attentati che misero fine alle loro vite.
  • “Poi arrivò il 23 maggio e la scuola si fermò, l’intera Palermo si fermò, per rievocare il giorno maledetto che bruciava ancora, come una ferita mai rimarginata.” (pag. 42). Ogni anno studenti e non si radunano all’albero situato davanti a quella che era la casa di Giovanni Falcone, a lui ora intitolato, in memoria di questo grande magistrato, morto il 23 maggio 1992 in seguito all’esplosione di 500 kg di tritolo nell’autostrada allo svincolo per Capaci, insieme alla scorta e alla moglie. In questo articolo potete leggere il resoconto della manifestazione di quest’anno.
  • “‘Con me la malasorte arrivò però di mattina e avevo solo cinque anni’, pensò la signorina. E non era l’unica ad averla subita, anzi lei poteva dirsi quasi fortunata: ci aveva rimesso sì una gamba, ma l’intera Palermo era stata distrutta. I segni di quel 9 maggio del 1943 erano ancora evidenti sui muri della città, proprio come la protesi del suo moncherino, invecchiata con lei.” (pag. 13). Cosa accadde in questa data? Siamo in piena Seconda guerra mondiale e il 9 maggio 1943 222 bombardieri angloamericani scaricarono 1.114 ordigni da 227 kg sulla città di Palermo, a causa dell’importanza strategia del suo porto. Poco tempo dopo, il 10 luglio, ci fu lo sbarco degli Alleati in Sicilia, un evento che vide il coinvolgimento della stessa mafia: si ritiene infatti che la relativa rapidità con cui si svolsero le operazioni di sbarco furono dovute alla collaborazione con alcuni boss mafiosi in America, tra cui Charles “Lucky” Luciano, mafioso italo-americano, che avrebbe ottenuto in cambio la liberazione dal carcere. In seguito allo sbarco i mafiosi avrebbero anche approfittato della situazione di confusione per accaparrarsi la maggior parte degli incarichi amministrativi rimasti vacanti. Potete trovare un approfondimento in questo articolo. In questo video potete invece trovare immagini di repertorio della Palermo post 9 maggio 1943.
  • A pag. 141 si fa riferimento a Giuseppe, detto Peppino, Impastato, quale simbolo di ribellione alla mafia, anche a discapito dei suoi stessi parenti. Impastato nacque nel 1948 in provincia di Palermo da una famiglia mafiosa, il cognato era perfino un boss. Ruppe ben presto i rapporti con loro, non accettando il loro coinvolgimento con la criminalità organizzata, e divenne in seguito giornalista e attivista politico, e fondò Radio Aut, in cui denunciava le attività mafiose, parlando in particolar modo del boss mafioso Gaetano Badalamenti, il futuro mandante del suo omicidio. Nella notte fra l’8 e il 9 maggio del 1978 Impastato verrà legato morto ai binari di un treno, dove esplose a causa di una carica di tritolo che servì ad inscenare un attentato. Le forze dell’ordine chiusero in fretta il caso ritenendo Impastato un terrorista suicida, solo diversi anni più tardi venne accertata la natura mafiosa dell’omicidio, e all’inizio degli anni Duemila Badalamenti venne condannato all’ergastolo. Per approfondire, qui.
  • La mafia di Onora il padre non è quella che immaginiamo di solito: non gangster stile Il Padrino, non delinquenti e spacciatori, ma persone comuni che scelgono di favorire con le loro capacità e competenze la proliferazione delle attività mafiose. È la mafia dei cosiddetti “colletti bianchi”, ossia professionisti di un determinato settore: “Le pronunce delle Corti giudicanti di Nord, Centro e Sud Italia raccontano di gruppi criminali che si rivolgono a commercialisti per ripulire i proventi degli affari illeciti, ad avvocati per sottrarre beni patrimoniali ai provvedimenti giudiziari di varia natura, a medici per ottenere diagnosi che alleggeriscano lo stato detentivo di boss o affiliati, ad architetti per assicurare la formale regolarità di lavori condotti in spregio delle normative urbanistiche, sino a coinvolgere quasi tutte le categorie professionali.“. Potete leggere il resto di questo interessante articolo sul legame fra professionisti e mafia qui.

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Khalifa, un immigrato da medaglia, di Daniele Nicastro

Khalifa, un immigrato da medaglia
Sobuj vive come può, a Roma, sulle banchine del Tevere, da invisibile fra gli invisibili. Finché vede il corpo di una donna galleggiare nel fiume. C’è chi urla, chi chiama i soccorsi, chi si gira dall’altra parte. Lui è l’unico con il coraggio di gettarsi in acqua. Ancora non sa che quel tuffo gli cambierà la vita.

Titolo: Khalifa, un immigrato da medaglia
Autore: Daniele Nicastro
Anno prima edizione: 2018
Editore: Einaudi

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Spesso creiamo una frontiera fra noi e gli altri: non lasciar vincere l’egoismo, esser sempre pronti ad aiutare il prossimo anche quando ciò vada contro i nostri interessi… tutto questo significa infrangere quella frontiera e avere coraggio.

LA CITAZIONE:

“Fu allora che mi ricordai del permesso di soggiorno scaduto.
Non ci avevo pensato mentre vedevo la donna galleggiare.
Né mentre correvo a perdifiato sull’argine.
O mentre le sollevavo la testa dall’acqua.
Avevo pensato solo a salvarle la vita. L’alternativa era stare fermo, fregarmene. Pensare solo a me stesso, perché era chiaro che dopo il salvataggio sarei stato interrogato dalla polizia. Non si può fare una cosa così e poi sparire nel nulla.
No, avevo fatto bene.
Che uomo sarei stato, altrimenti?”

TEMI TRATTATI:

  • coraggio
  • solidarietà
  • sopravvivenza
  • accoglienza
  • famiglia

PAROLE CHIAVE:

  • Eroe

L’AUTORE:

Daniele Nicastro è nato a Carmagnola nel 1978 e attualmente vive a Moretta, un piccolo paese della provincia di Cuneo, dove scrive a tempo pieno libri per ragazzi. Ha cominciato nel 2011 con un racconto fantastico. Da allora si è cimentato nei generi più diversi, dal romanzo d’avventura al racconto comico, ma sempre con una particolare attenzione ai temi della crescita che più interessano i ragazzi. Con le scuole e le biblioteche svolge incontri di promozione alla lettura e laboratori di scrittura creativa.

APPROFONDIMENTI:

  • Il libro racconta la storia vera di Sobuj Khalifa, un immigrato in Italia dal Bangladesh che non essendo riuscito a trovare lavoro, si ritrovò per un certo periodo a vivere nella Cloaca Massima, un antico condotto fognario, fino a che non arrivò quel giorno del 12 maggio 2015, in cui salvò la vita di una donna che stava annegando nel Tevere. Qui trovate le immagini di quel salvataggio.
  • Tutti i fatti narrati nel libro sono realmente accaduti e trovabili in rete: qui potete trovare l’intervista del Messaggero citata a pag. 89, qui quella di Repubblica citata a pag. 90, e qui il servizio de La Vita in diretta citato a pag. 101. Qui trovate un breve articolo sulle 18 onorificenze consegnate dall’allora presidente Mattarella alle personalità che si son distinte in quel 2015 per particolari atti di eroismo, fra le quali c’è anche Sobuj Khalifa.
  • La storia di Khalifa inizia nel suo paese d’origine, il Bangladesh. L’autore attraverso il suo protagonista racconta la situazione di grave povertà che imperversa fra i bengalesi, tra scarse risorse e popolazione sempre più densa. In questo articolo potete leggere alcune informazioni che possono aiutare a capire il Bangladesh, e in questo, molto più recente, delle tensioni che coesistono attualmente all’interno del suo territorio.
  • Una volta arrivati in Italia, Sabuj Khalifa e suo fratello Galala si dirigono verso quel quartiere di Roma dove vivono molti altri bengalesi come loro, lo chiamano Banglatown. Il quartiere è quello di Tor Pignatta, che, insieme ad altri fra la Prenestina e la Tuscolana, sono quartieri nati all’inizio del Novecento da sempre abitati da immigrati, ma che venivano da meno lontano: “Quartieri nati per essere abitati da immigrati, genti arrivate da lontano, con abitudini e tradizioni diverse, che spesso non sapevano parlare l’italiano: erano abruzzesi, pugliesi, veneti, sardi, marchigiani.”. Qui trovate l’intero reportage citato.
  • A pag. 92 il padre di Matteo rimane sbalordito dalla quantità di articoli presenti sul web riguardanti il gesto eroico di Khalifa, trova anche una canzone… esiste per davvero anche questa, è composta da Roberto Biagiotti e la potete ascoltare qui.
  • A pag. 112, riferendosi a Monica Graziana Contrafatto, premiata anche lei per il suo atto di eroismo, Khalifa dice: “Ma è lo stesso diventata un’atleta e sogna di partecipare alle Paralimpiadi di Rio del prossimo anno.”. Nel 2016 Monica è riuscita per davvero a partecipare ai giochi paralimpici di Rio, ottenendo anche un importante risultato: la medaglia di bronzo nei 100 metri piani categoria T42.
  • Qui potete trovare un’intervista a Daniele Nicastro, in cui parla della sua vocazione di scrittore, dei grandi autori che l’hanno ispirato e fa un accenno anche a Khalifa, un immigrato da medaglia (“Scriverlo è stata un’esperienza illuminante sotto molti aspetti.”). Qui trovate un’intervista più estesa.
  • Qui trovate il booktrailer (video di presentazione) del libro creato dalla classe di una scuola di Bolzano per un progetto.

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Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Sette minuti dopo la mezzanotte
Una notte di luna e brezza leggera, il piccolo Conor si sveglia di colpo sentendo bussare alla finestra della sua cameretta. Terrorizzato, allunga l’orecchio per cogliere qualche rumore sospetto dal piano di sotto. Nulla. Sono passati sette minuti dalla mezzanotte. D’un tratto, sente chiamare il suo nome. Conor è preso dal panico: potrebbe essere l’apparizione spaventosa che da giorni lo tormenta nel sonno, l’incubo che viene a trovarlo da quando sua madre ha iniziato le cure mediche. Invece, quando si fa coraggio e si sporge dalla finestra, trova ad attenderlo un mostro. Un mostro tutto particolare, però, senza artigli o denti aguzzi.È semplicemente un albero. Antico e selvaggio, una creatura che sembra uscita da un altro tempo. Il mostro è pronto a stringere un patto con lui: nelle notti successive racconterà a Conor tre storie, di quelle che aiutano a uccidere i draghi che ognuno di noi nasconde nel fondo del proprio animo, storie che spingono ad affrontare le paure più grandi. Ma in cambio la creatura misteriosa vuole da lui una quarta storia, un racconto che deve contenere e proteggere la cosa più pericolosa di tutte: la verità.

Titolo: Sette minuti dopo la mezzanotte
Autore: Patrick Ness (da un’idea di Siobhan Dowd)
Illustrazioni: Jim Kay
Traduzione: Giuseppe Iacobaci
Anno prima edizione: 2011
Editore: Mondadori

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

La frontiera è anche mentale: quel blocco che ci impedisce di accettare o di sopportare qualcosa e che ci porta a chiuderci dentro noi stessi… oppure anche la frontiera che separa la vita dalla morte. Capire che certe situazioni fanno parte del ciclo della vita, e che tutto si può affrontare, anche questo è superare la frontiera.

LA CITAZIONE:

“Gli esseri umani sono bestie complicate, credono alle bugie consolatrici pur conoscendo la realtà dolorosa che le ha rese necessarie.”

TEMI TRATTATI:

  • paura della morte
  • chiusura in sé stessi
  • bullismo

PAROLE CHIAVE:

  • I mostri nella nostra mente

L’AUTORE:

Patrick Ness ha passato i primi anni di vita girovagando per il mondo: nato nel 1971 a Fort Belvoire, una base militare dove suo padre era sergente per l’esercito degli Stati Uniti d’America, passa poi parte dell’infanzia prima alle Hawaii, poi a Washington e a Los Angeles. Si trasferisce infine nel 1999 a Londra, dove scrive il suo primo romanzo e inizia ufficialmente la sua carriera di scrittore. Tiene inoltre corsi di scrittura creativa presso l’università di Oxford e scrive per alcune testate giornalistiche inglesi.
Ha vinto numerosi premi, fra cui la Carnegie Medal, il Guardian Children’s Fiction Prize e il Booktrust Teenage Prize.

APPROFONDIMENTI:

  • Il libro nasce da un’idea di un’altra scrittrice: Siobhan Dowd (Londra, 4 febbraio 1960 – Oxford, 21 agosto 2007), conosciuta in Italia principalmente per Il mistero del London Eye, romanzo che le è valso il premio Andersen nel 2012. Malata terminale di un tumore al seno, non ha potuto completare la storia, che è passata quindi nelle mani di Patrick Ness.
  • Dal libro è stato tratto un film uscito nel 2016 per la regia di Juan Antonio Bayona, qui è possibile vedere il trailer.
  • Nel libro il mostro/albero racconta a Conor tre storie che lo porteranno a confrontarsi con una grande verità, a una catarsi. La struttura è quella del Canto di Natale di Charles Dickens.
  • Le illustrazioni del volume sono di Jim Kay, che in questi anni si sta occupando anche della versione illustrata di Harry Potter. Nel suo sito potete trovare tavole di alcuni dei suoi lavori, anche di Sette minuti dopo la mezzanotte (in inglese A Monster Calls).

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Ali nere, di Alberto Melis

Ali nere
1937. Il paese basco di Durango, Spagna. Un momento tragico e poco conosciuto della recente storia viene raccontato attraverso gli occhi di Tommaso, un ragazzo italiano dodicenne giunto in Biscaglia con i genitori impegnati, insieme a uomini e donne di cinquantatré diverse nazioni, a combattere contro l’esercito franchista e per la libertà. Nonostante la Guerra Civile, Tommaso vive intensamente le esperienze e i dubbi della sua età. Stringe una forte amicizia con Susa, una ragazza spagnola libera e ribelle che gli fa amare Garcia Lorca, le letture, la natura, gli animali. Un albero diventa il loro rifugio. Il 31 marzo, in un tranquillo giorno di mercato, compaiono nel cielo di Durango sagome nere di aerei. Nessuno può immaginare quello che sta per accadere. Nella storia delle guerre, il primo bombardamento a tappeto rivolto verso inermi civili avvenne a Durango, poco prima di quello di Guernica, immortalato dal celebre quadro di Picasso. Durango subì un bombardamento micidiale, eseguito dall’aviazione fascista italiana in appoggio al dittatore Franco. Un crimine contro l’umanità che anticipò gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e che merita di essere ricordato. Anche con questo romanzo che, pur essendo frutto della fantasia dell’autore, si basa su ambienti, fatti e personaggi realmente esistiti.

Titolo: Ali nere
Autore: Alberto Melis
Anno prima edizione: 2018
Editore: Notes Edizioni

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

I genitori di Tommaso son un grande esempio per lui e per tutti noi: ci insegnano che le frontiere nazionali sono relative, non bisogna restar fedeli ad una bandiera, ma alla propria coscienza e seguire non gli ideologismi di passaggio, ma i propri valori. Questa è l’eredità di Tommaso.

LA CITAZIONE:

“Mi girai, alzai gli occhi al cielo e per qualche secondo restai abbagliato dai raggi del sole. Poi vidi grandi ali nere, simili a quelle che avevo sognato: appartenevano a giganteschi aerei che avevano la stessa sagoma dei bombardieri italiani Murciélagos, i Pipistrelli.”

TEMI TRATTATI:

  • famiglia
  • amicizia
  • superstizioni
  • guerra

PAROLE CHIAVE:

  • Guerra Civil
  • Durango
  • Murciélagos

L’AUTORE:

Alberto Melis nasce a Cagliari, dove ancora vive, nel 1957. Dal 1983 è maestro di scuola, ma le sue passioni ed occupazioni variano: ama la fotografia, collabora con alcune testate giornalistiche, fra cui L’Unione Sarda, e scrive romanzi, soprattutto per i più giovani, su temi a lui cari.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Il contesto storico in cui è ambientato Ali nere è quello della guerra civile spagnola scoppiata nel 1936 e conclusasi il 1° aprile 1939, alle porte della Seconda guerra mondiale. Quali sono gli eventi che portarono a questo sanguinoso conflitto? Nel 1931 il re di Spagna abbandonò il trono e nacque la Repubblica Spagnola, ma subito iniziarono i contrasti fra i nazionalisti e i repubblicani, contrasto che sfociò in guerra nel ’36, quando il Fronte popolare (costituito da repubblicani, comunisti, socialisti e anarchici) riconquistò il governo e il generale Francisco Franco di stanza in Marocco marciò verso Madrid per rovesciare il nuovo governo con la forza. L’idea del generale era quella di costituire in Spagna un regime fascista come quello di Mussolini in Italia o come quello di Hitler di Germania, per questo motivo entrambi i paesi appoggiarono lo sforzo bellico di Franco con parte del proprio esercito. La guerra civile in Spagna divenne un prototipo dello scontro sanguinoso fra fascismo e democrazia che a breve avrebbe portato al secondo conflitto mondiale. Durante lo scontro ci fu una grande mobilitazione di civili, volontari provenienti da tutti gli strati sociali spagnoli ed europei. I soldati italiani fascisti non furono gli unici italiani coinvolti nel fronte spagnolo, molti italiani antifascisti, come i genitori di Tommaso, partirono per la Spagna per dare il loro contributo contro i nazionalisti di Francisco Franco. Nonostante ciò, la lotta era impari, e dopo 3 anni di sanguinosa guerra, Francisco Franco riuscì nel suo colpo di stato e instaurò il suo regime dittatoriale che durò sino alla sua morte, avvenuta nel 1975. In questo documentario prodotto dalla Rai potete trovare un maggior approfondimento sui fatti antecedenti la guerra civile, la guerra civile stessa e le motivazioni dei vari schieramenti.
  • Si è detto alla guerra civile parteciparono anche volontari stranieri in appoggio alla Repubblica contro il fronte nazionalista di Francisco Franco: questi costituivano le cosiddette Brigate Internazionali, citate anche nel libro, che si dividevano in diverse Colonne a seconda dei paesi di origine, e c’era anche la Colonna italiana, con volontari provenienti principalmente dal movimento Giustizia e Libertà (sotto cui combatteranno a breve anche molti partigiani in Italia). Il padre di Tommaso combatteva per la Colonna Rosselli, che prende il nome da Carlo Alberto Rosselli, attivista antifascista italiano. Insieme al padre di Tommaso, nella Colonna Rosselli milita anche un altro personaggio, Umberto Marzocchi, come si scoprirà a pag. 129, e non è un personaggio inventato: antifascista e anarchico italiano, Marzocchi parte subito per la Spagna allo scoppio della guerra per combattere contro i fascisti, andrà poi in Francia dove negli anni ’40 combatterà fra le fila della Resistenza. Riuscì a tornare in Italia solo alla fine del secondo conflitto mondiale.
  • A pag. 14 si fa riferimento alla battaglia di Monte Pelato, battaglia in cui venne ferito il padre di Tommaso: questo fu il primo scontro che vide l’intervento delle milizie italiane antifasciste nella guerra contro i franchisti, partecipò anche Marzocchi di cui si è appena parlato. In questo articolo trovate un maggior approfondimento sulla battaglia.
  • Finora si è parlato dei militanti italiani antifascisti, ma in Spagna la maggior parte degli italiani impegnati nella guerra erano dell’esercito fascista di Mussolini. Quest’ultimo non si limitò a mandare parte del suo esercito in Spagna, ma anche diverse macchine da guerra, e fra queste i Murciélagos ,”pipistrelli” in spagnolo: così venivano definiti i bombardieri italiani Savoia-Marchetti S.M.81, gli artefici dei bombardamenti contro i civili a Durango, e non solo. Questi vennero impiegati anche per la conquista dell’Etiopia e durante la seconda guerra mondiale, qui potete trovare un approfondimento.
  • Quello di Durango è stato il primo bombardamento a tappeto della storia contro inermi civili, successivamente divenne una pratica tristemente comune, a partire dalla Seconda guerra mondiale. In questo video potete vedere brevi filmati d’epoca con immagini di Durango dopo il bombardamento di quel 31 marzo 1937.
  • A pag. 110 viene riportata parzialmente la Ballata della piccola piazza di Federico García Lorca, qui potete leggere la versione integrale. Garcia Lorca fu un poeta e drammaturgo spagnolo della prima metà del Novecento, nel 1936 venne catturato da una milizia franchista a Granada dove era ospite fra amici (lui era sostenitore delle forze repubblicane), e fucilato sul posto. Il suo corpo venne poi gettato in una tomba senza nome a a Fuentegrande de Alfacar. Qui trovate un’infografica con i momenti salienti della sua breve vita.
  • Ali nere è stato “libro del giorno” nella nota trasmissione radiofonica Fahrenheit su Radio3. Potete ascoltare qui l’episodio, in cui Alberto Melis parla del suo libro, dei suoi personaggi (e l’uomo a cui il giovane protagonista deve il suo nome), del contesto storico del libro, inserendosi nel nostro contesto storico attuale.
  • L’illustrazione di copertina è di David Pintor, illustratore di libri per ragazzi nato a Galizia nel 1975. Qui, nel suo sito ufficiale potete trovare altri suoi lavori.
  • A pag. 75 viene citata la macchina Enigma, la macchina attraverso cui gli ufficiali tedeschi comunicavano attraverso messaggi cifrati, che verrà poi decrittata dal matematico inglese Alan Turing durante la Seconda guerra mondiale. In questo video viene spiegato in modo semplice il funzionamento di questa complicata macchina, all’apparenza molto simile ad una classica macchina da scrivere.

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L’ottico di Lampedusa, di Emma-Jane Kirby

L'ottico di Lampedusa
Carmine di mestiere fa l’ottico, ha cinquant’anni e vive sull’isola di Lampedusa. Ha scelto di vivere nella meravigliosa isola incastonata nel Mediterraneo per la sua pace, per il mare bellissimo, blu cobalto, in cui nuotano i delfini. Carmine potrebbe essere ognuno di noi: ha la sua vita, si preoccupa del futuro dei figli ormai grandi, si tiene in forma facendo jogging, ha un’attività ormai avviata, degli amici, insomma una vita tranquilla e solida nella calma di questa terra tra la Sicilia e l’Africa. Sì, certo, anche qui qualcosa è cambiato, i turisti, i resti dei barconi abbandonati, i sacchetti di plastica che svolazzano, quei gruppetti di africani che vede camminare stancamente sulle strade dell’isola, autobus che ormai quasi ogni giorno escono dal porto stipati di migranti appena sbarcati, e poi tv e giornali traboccano di notizie di annegamenti e naufragi. Meglio non pensarci. Ma quel 3 ottobre del 2013 Carmine esce in barca con i suoi amici, a pescare e godersi il mare d’autunno, e all’improvviso si ritrova calato in quella realtà sino ad allora così lontana. In otto, con un solo salvagente recuperano quarantasette naufraghi, e la loro vita e quella dei salvati non sarà mai più la stessa. Tutti gli altri sono morti. Questo romanzo non è solo il racconto intenso e indimenticabile del risveglio di una coscienza, ma anche una testimonianza toccante che riesce a evitare la retorica e l’invettiva riportando il problema dei migranti, senza banalizzarlo, alle sue dimensioni umanitarie, e che chiarisce la situazione di una crisi tuttora in corso, culminata in una del­le più imponenti migrazioni di massa della storia dell’umanità.

Titolo: L’ottico di Lampedusa
Autrice: Emma-Jane Kirby
Traduzione: Guido Calza
Anno prima edizione: 2016
Editore: Salani

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Spesso le notizie di tragedie e di morti ci scorrono davanti passivamente, lasciando magari un turbamento momentaneo… ma quando cade la frontiera fra quegli avvenimenti e il nostro mondo, quando ci si ritrova presenti nel momento in cui la storia sta accadendo, tutto è diverso. Eppure l’empatia è qualcosa che si dovrebbe nutrire anche a distanza, la frontiera fra “noi e loro” non dovrebbe esistere mai.

LA CITAZIONE:

“Quelle macchie nere che non erano macchie ma uomini, donne e bambini; carne, ossa e sangue. Li aveva guardati negli occhi, in quegli occhi in bilico fra la vita e la morte, e non aveva visto degli estranei. Aveva riconosciuto il loro bisogno e aveva capito. Aveva iniziato a vedere.”

TEMI TRATTATI:

  • migranti
  • solidarietà
  • memoria e responsabilità

PAROLE CHIAVE:

  • Lampedusa
  • Morti in mare

L’AUTRICE:

Emma-Jane Kirby nasce nel 1970, si laurea a Oxford e ora vive fra Londra e Parigi. È una reporter della BBC dove ha lavorato come corrispondente estera da Ginevra per le Nazioni Unite, mentre ora si occupa del programma World at One su Radio 4. L’ottico di Lampedusa è il primo romanzo, che nel 2015 le è valso il premio Bayeux-Calvados per i corrispondenti di guerra.

APPROFONDIMENTI:

  • Quella romanzata dalla reporter Emma-Jane Kirby è la storia vera di Carmine Menna, ottico di Lampedusa, che in quel 3 ottobre 2013 salvò, insieme ai suoi 7 amici, 47 persone dal naufragio in mare: “Non mi sento affatto un eroe – conclude Carmine – se c’è una persona in mare, va salvata sempre, a prescindere dalle leggi e dai pensieri. È una cosa molto spontanea, chiunque, al posto mio, lo avrebbe fatto” (qui trovate l’intero articolo con la sua intervista).
  • Il libro è il racconto dei fatti della tragedia di Lampedusa vista dagli occhi dell’ottico e dei suoi 7 compagni di viaggio del Galata. In questo articolo potete leggere il racconto di quella tragedia a 5 anni di distanza, con uno sguardo a ciò che è cambiato (e non) dopo quella data.
  • A pag. 19 l’ottico ricorda come sia cambiato l’afflusso di migranti a Lampedusa dopo la Primavera Araba. Per Primavera Araba s’intende quel periodo che va dal 2010 in cui molte popolazioni arabe iniziarono a ribellarsi alle dittature, alle ingiustizie e alla situazione di malessere generale che si respirava in quasi tutto il territorio arabo. Tutto ebbe inizio in Tunisia, quando l’ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Quel gesto innesca una serie di rivolte popolari e giovanili, che partendo dalla richiesta dei tunisini delle dimissioni del rais Ben Ali, si estendono a Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria. In questo articolo trovate un approfondimento sulle rivolte nei singoli Paesi coinvolti, con le relative (spesso tristi) conseguenze.
  • La maggior parte dei naufraghi di quel 3 ottobre provenivano dall’Eritrea. A pag. 107, all’inizio del capitolo 8, l’ottico cerca di capire cosa spinge tutte queste persone a rischiare la vita in mare pur di scappare dal loro Paese: “Era venuto a sapere che il paese era gestito alla stregua di una guarnigione militare; ogni sedicenne era tenuto ad entrare nell’esercito e, a quanto pareva, i poveretti ci rimanevano invischiati a vita. e non solo i ragazzi, ma pure le ragazze!”. Qui potete trovare un approfondimento su questi e sugli altri motivi che spingono gli Eritrei a rischiare la vita pur di scappare, e cosa affrontano durante il viaggio, prima di arrivare a quello in mare.
  • A pag. 176 l’ottico fa riferimento all’operazione Mare Nostrum, operazione militare e umanitaria italiana partita il 18 ottobre 2013, in seguito agli avvenimenti del 3 ottobre, i cui obiettivi principali erano quelli di garantire la salvaguardia della vita dei migranti in mare e assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti. L’operazione si concluse nel dicembre dell’anno successivo e in questo articolo si analizza le ripercussioni nel numero di morti in mare (“L’idea di fondo era che l’operazione Mare nostrum fosse un cosiddetto pull factor, un fattore che incoraggiava le partenze. E che per questo doveva essere interrotta. Chiusa l’operazione, nella loro idea gli arrivi sarebbero diminuiti. Ma in realtà sono solo aumentati i morti”).

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Il sogno di Anna, di Lucia Tilde Ingrosso

Il sogno di Anna
Anna ha quindici anni, vive a Milano e vorrebbe fare la giornalista. Nel suo diario ha scritto una frase di un articolo della Politkovskaja pubblicato poco prima che fosse assassinata: “Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. Quale crimine ho commesso per essere bollata come ‘una contro di noi’? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato”. Queste parole sono la sua guida, il suo punto di riferimento, soprattutto quando i suoi compagni la prendono in giro e quando sua madre non le parla perché vorrebbe vederla avvocato. Anna però è testarda, vuole scrivere, informare. Adora il ticchettio della tastiera e sogna luoghi lontani da visitare e piccole e grandi storie da raccontare. Nel suo piccolo, incontra dei dilemmi (pratici e morali) con cui la giornalista russa si è imbattuta su larga scala. Per esempio, dare visibilità a chi ti è amico o a chi se lo merita? Come reagire alle intimidazioni e alle lusinghe del quotidiano? Come raccontare una storia con sentimento mantenendo contemporaneamente la lucidità di giudizio? La determinazione della nostra eroina basterà a farle realizzare il suo sogno? Di certo l’incontro con Manuel, misterioso ragazzo dalla pelle bruna e dagli occhi d’ebano, non le faciliterà la vita, soprattutto nel rapporto con la madre. Ma servirà ad arricchire il suo bagaglio di consapevolezza e di valori.

Titolo: Il sogno di Anna
Autrice: Lucia Tilde Ingrosso
Anno prima edizione: 2016
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Anna supera le frontiere del tempo e dello spazio per conoscere un’altra Anna, una donna coraggiosa, determinata e con valori di ferro, che le farà vedere il mondo con occhi diversi. Non siamo in guerra, ma le ingiustizie non mancano anche da noi: ora Anna le sa vedere e affrontare.

LA CITAZIONE:

“A un certo punto, mi sento meglio. Abbastanza per parlare, almeno.
‘È che lei è… morta,’ cerco di spiegare. ‘Vabbè, dirai, lo sapevi. Sì, lo sapevo, ma vederla così… È un po’ come se questa fosse la sua tomba. E… ho pensato a tutte le cose brutte e ingiuste che succedono. E alla vita che non è come tu la vorresti.’”

TEMI TRATTATI:

  • seguire i propri sogni
  • famiglia
  • amore
  • pregiudizi

PAROLE CHIAVE:

  • Anna Politkovskaja
  • Giornalismo

L’AUTRICE:

Lucia Tilde Ingrosso nasce a Milano il 27 gennaio 1968 e a 10 anni scrive il suo primo racconto con una Olivetti Lettera 32. A 15 intervista Gianna Nannini (per finta). Attinge di gusto alla ricca biblioteca di famiglia. Adora Louisa May Alcott (quella di Piccole donne), Cesare Pavese, Curzio Malaparte e Oscar Wilde. Ma soprattutto Agatha Christie, Cornell Woolrich e Renato Olivieri.
Ha due sogni: scrivere un giallo e diventare giornalista. Realizzerà entrambi. Con Il sogno di Anna vince il premio Castello Volante.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Se avete letto il libro, avete sulla giornalista russa Anna Politkovskaja un quadro pressoché completo, ma ecco la brevissima biografia che propone la rivista Internazionale in cima all’elenco di alcuni articoli scritti proprio da lei (e tradotti in italiano): 1958. Nasce a New York da genitori diplomatici. 1999. Dopo aver lavorato per il giornale Izvestija, comincia a seguire per la Novaja Gazeta il conflitto in Cecenia. 2001. Vince il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani. Ottobre 2002. Accetta il ruolo di negoziatrice durante l’assedio del teatro Dubrovka di Mosca. 2003. Vince il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Settembre 2004. Subisce un tentativo di avvelenamento mentre è in volo verso Beslan, durante il sequestro nella scuola. 7 ottobre 2006. Viene uccisa a Mosca.”.
  • Nel libro vengono citate spesso frasi di Anna Politkovskaja, fra queste vi sono “A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte.” e “Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione.”. Qui potete leggere l’intero articolo da lei scritto da cui son tratti questi suoi pensieri: Il mio lavoro a ogni costo, uno degli ultimi prima di quel fatidico 7 ottobre 2006.
  • Qui trovate un documentario realizzato dalla Rai in occasione del quinto anniversario dalla morte di Anna Politkovskaja: parlano il marito, il figlio, il vice-direttore del Novaya Gazeta e altre persone che l’avevano conosciuta. Durante il documentario scorrono immagini del suo funerale e dei suoi interventi in momenti cruciali del suo paese.
  • La voce giornalistica di Anna Politkovskaja si esprime in particolar modo nella questione cecena: la Cecenia negli ultimi anni è stata teatro di due guerre, la prima dal 1994 al 1996, la seconda dal 1999 al 2009, entrambe scaturite dal desiderio d’indipendenza del territorio dalla Russia. Gli articoli di Anna denunciavano i massacri compiuti dall’esercito russo nei confronti di civili innocenti. Per capire meglio la questione cecena, che ha origini ben più lontane del Novecento, potete leggere questo breve articolo.
  • “Pensa che su internet c’è la sua ultima foto. È stata scattata nel supermercato in cui ha fatto la spesa e la didascalia è: Un’ora e 39 minuti prima di essere uccisa.” (pag. 48). Si sta parlando ovviamente dell’omicidio di Anna Politkovskaja, ed ecco la foto a cui l’altra Anna fa riferimento.
  • A pag. 20 Andrea, uno dei compagni di corso di Anna, fa a Markus questa domanda “Secondo lei il futuro del giornalismo è nel web?”. In questo articolo trovate un’interessante intervista del 2016 ad Arianna Ciccone, direttrice del Festival Internazionale del giornalismo, proprio su questo tema (“Il punto non è se il web può sostituire i giornali o meno. Non si tratta di questo. È cambiato il comportamento di chi si informa, di chi ‘consuma’ informazione […] Il lavoro di ‘gatekeeper’ (filtraggio delle notizie) o di ‘fact checking’ (verifica dei fatti) che un tempo svolgevano i giornali, oggi è diventata anche una ‘responsabilità’ dei cittadini, che si informano in rete e attraverso i loro spazi social diffondono informazione a loro volta.”). C’è anche un accenno alla libertà di stampa, argomento senz’altro legato al percorso giornalistico di Anna Politkovskaja.
  • A pag. 80 Anna, attraverso i ricordi del padre, parla dell’attentato terroristico avvenuto l’11 marzo 2004 alla stazione di Atocha a Madrid: in questo articolo potete leggere la ricostruzione dei fatti di quel giorno, con un approfondimento sullo stato dei sopravvissuti anni dopo quei terribili fatti.
  • “Lo sapevi che questo parco è pieno di fantasmi?” (pag. 109), così dice Stefano ad Anna durante la loro passeggiata al parco Sempione di Milano. Pe chi fosse curioso di scoprire la leggenda del più famoso fantasma del Sempione, la Dama Nera, e degli altri citati nel libro, qui trovate qualche informazione in più.
  • A pag. 145 Anna e Stefano giungono al Giardino dei Giusti, parte del parco di Monte Stella dedicato a “gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’Uomo contro ogni forma di annientamento della sua identità libera e consapevole, testimoniato a favore della verità contro i reiterati tentativi di negare i crimini perpetrati. A ciascuno di loro è dedicato un pruno, messo a dimora durante una cerimonia in sua presenza o con la partecipazione dei suoi familiari, con un cippo in granito deposto nel prato sottostante.”. In questo video potete vedere alcuni scorci del Giardino, si vede anche il cippo dedicato ad Anna Politkovskaja.
  • A pag. 166 si fa riferimento all’associazione Annaviva, associazione “nata nel 2007 per ricordare Anna Politkovskaja e raccontare cosa accade tuttora nell’Est europeo.”. Trovate qui la pagina Facebook dell’associazione. Fra gli articoli condivisi dalla pagina, spicca uno de La Stampa riguardante la condanna alla Russia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per l’omicidio di Anna (“La Corte rileva in particolare che «se le autorità hanno trovato e condannato un gruppo di uomini direttamente coinvolti nell’assassinio della signora Politkovskaja, non hanno attuato adeguate misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio».”).

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