L’ultimo elfo, di Silvana De Mari

L'ultimo elfo
In una landa desolata, annegata da una pioggia torrenziale, l’ultimo Elfo trascina la propria disperazione per la sua gente. Lo salveranno due umani che nulla sanno dei movimenti degli astri e della storia, però conoscono la misericordia, e salvando lui salveranno il mondo. L’Elfo capirà che solo unendosi a esseri diversi da sé – meno magici ma più resistenti alla vita – non soltanto sopravviverà, ma diffonderà sulla Terra la luce della fantasia.

Titolo: L’ultimo elfo
Autrice: Silvana De Mari
Illustratore: Gianni De Conno
Anno prima edizione: 2004
Editore: Salani

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Spesso le credenze, i pregiudizi ergono nella nostra mente dei muri di sospetto e di odio. Far crollare questi muri e cercar sempre la verità e il dialogo, questo è superare la frontiera.

LA CITAZIONE:

“Pensò che non c’erano più draghi, perché la solitudine li aveva estinti.
Pensò che non si può vivere secolo dopo secolo, a covarsi la propria magnificenza e solitudine.
Pensò che l’importante non sono le cose, ma il senso che noi diamo alle cose.
Prima o poi la morte attende tutti. Più importante del rimandare la morte è darle un senso.”

TEMI TRATTATI:

  • solitudine
  • amicizia
  • dialogo fra mondi diversi
  • pregiudizi e stereotipi

PAROLE CHIAVE:

  • “Muri di estraneità e incomprensioni”
  • Profezia
  • Mondo post apocalittico

L’AUTRICE:

Silvana De Mari, classe 1953, prima di approdare nel mondo della letteratura per ragazzi, era medico chirurgo, e ha esercitato in Italia e in Etiopia. Nel 2000 la Salani pubblica il suo primo libro, L’ultima stella a destra della luna, ma in realtà lei scrive storie sin dalla giovane età: l’ispirazione alla scrittura è giunta a 16 anni, dopo la visione del film Brancaleone alle Crociate.

APPROFONDIMENTI:

  • In un’intervista, alla domanda che chiedeva come fosse nata l’idea per L’ultimo elfo, la De Mari risponde con queste parole: “Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste. Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. […] Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi complicate storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano. E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito?
    Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano.
    Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare, e che un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi. Mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di sterminio sul suolo italiano. La Risiera non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più indicibile. L’idea dell’ultimo elfo nasce dall’orrore del genocidio.
  • Nonostante il mondo de L’ultimo elfo sia senza ombra di dubbio un mondo fantasy, non mancano i riferimenti alla scienza: dall’astronomia alla biologia, passando per diversi altri campi del sapere.
  • Spesso nella storia Yorsh, il nostro ultimo elfo, si trova davanti a testi scritti nella lingua della terza dinastia runica: questa lingua è il latino.
  • Le illustrazioni del libro sono di un grandissimo illustratore italiano: Gianni De Conno. Se siete curiosi di scoprire altri suoi lavori, potete visitare e sfogliare il suo portfolio nel suo sito ufficiale, qui.
  • L’ultimo elfo ha vinto diversi premi, in Italia e all’estero: nel 2005 il 48° Premio Bancarellino e il Premio Andersen, nel 2006 in Francia il Prix Imaginales e nel 2007 negli Stati Uniti d’America la menzione d’onore per il premio Mildred L. Batchelder per i migliori libri per l’infanzia tradotti in lingua inglese.
  • L’ultimo elfo fa parte di una serie di libri: ci sono quattro sequel (L’ultimo orco, Gli ultimi incantesimi, L’ultima profezia del mondo degli uomini e L’ultima profezia del mondo degli uomini: L’epilogo) e due prequel (Io mi chiamo Yorsh e Arduin il Rinnegato).

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Il segreto della casa abbandonata, di Paola Alcioni

Il segreto della casa abbandonata
Venerdì: allo squillo della campanella d’uscita, qualcosa di pericoloso si nasconde in uno sgabuzzino della scuola. Fuori dal cancello si aggira un misterioso individuo, che da qualche tempo spia i bambini. Nel pomeriggio tre di loro – Ciriaco, Vera e Gianni – che hanno buoni motivi per non voler tornare a casa, decidono di nascondersi in una villa, abbandonata da decenni. Non si accorgono, però, che dal comignolo sale un filo di fumo. Quando, più tardi, scoprono che maestra Erme non è quella che sembra e che la Casa Abbandonata nasconde un segreto, si rendono conto di avere ormai un mucchio di gente strana alle calcagna, e di essersi cacciati in grossi guai…

Titolo: Il segreto della casa abbandonata
Autrice: Paola Alcioni
Illustrazioni: Carlo Lai
Anno prima edizione: 2004
Editore: Condaghes

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

I protagonisti di questa storia attraversano una “magica” frontiera, ma quelle più importanti da superare sono altre: quella fra genitori e figli, e quella fra il prima e il dopo, quando si inizia a crescere…

LA CITAZIONE:

“È microscopica, e con ciò? Forse che quando si è piccoli è piccola e insignificante anche la sofferenza? Lo credi? Allora è proprio vero, Bordo: stai crescendo e non ti ricordi più cosa significa essere bambini.

TEMI TRATTATI:

  • leggende antiche
  • amicizia
  • famiglia
  • mistero
  • coraggio

PAROLE CHIAVE:

  • Surbile
  • Mommotti

L’AUTRICE:

Paola Alcioni è nata a Cagliari il 12 marzo 1955, ed è laureata in Giurisprudenza. Ha vinto numerosi premi di poesia in lingua sarda e tra questi si ricordano i primi premi più importanti: Ozieri, Romangia, Posada; alcune sue poesie sono state pubblicate e tradotte in inglese, in tedesco e in galiziano.

APPROFONDIMENTI:

  • All’interno della storia diventano molto importanti due figure della tradizione sarda: le Sùrbile e Mommotti. Le prime, chiamate anche Coga, sono delle streghe-vampiro, e “nell’immaginario collettivo sardo, donne che di giorno conducono una vita normale, ma di notte, spesso inconsapevolmente, si trasformano in un essere indefinito, quasi sempre in forma di insetto o di gatto, che vola da un paese all’altro, insinuandosi nelle abitazioni, per molestare le persone che dormono, succhiare il sangue dei bambini o semplicemente morsicare, lasciando lividi sul corpo chiamati “mossigu de Coga”, morso di Coga.” (fonte). Si pensava che un modo per salvare i bambini dal loro appetito fosse quello di mettere un pettine dentato vicino alla culla “così che il maligno – con una particolare inclinazione per il far di conto – perdesse l’intera nottata a contarne e ricontarne i denti, fino a quando il sorgere del sole non lo costringeva a fare ritorno al corpo poche ore prima abbandonato. Secondo la tradizione, la donna che nascondeva dentro di sé una presenza tanto oscura non ricordava nulla – al mattino – di quanto fatto durante la notte trascorsa (fonte). Si possono trovare molti punti in comune con le figure descritte nel libro.
  • L’altra figura fantasiosa che ritroviamo nel libro e che fa parte delle leggende sarde è Mommotti, o Bobbotti a seconda della zona, il nostro personalissimo Uomo Nero che rapisce i bambini che non si comportano bene. È dubbia l’origine del nome e ci sono diverse teorie, “la più attendibile sembra essere quella che considera il termine Mommotti come una storpiatura Mohammed, un corsaro arabo dalla pelle scura che in epoca giudicale compiva razzie nei villaggi della Sardegna, e le cui principali vittime erano appunto i bambini, rapiti dal feroce pirata. Un’altra versione fa risalire questa inquietante figura alla famiglia Marotta, che in epoca napoleonica si rese responsabile di una serie di efferati reati fra i quali, appunto, rapimenti.” (fonte).
  • A pag. 13 si fa riferimento a un libro, Il fantasma di Canterville, che Cirianco vorrebbe tanto prendere in prestito in biblioteca (“C’era solo una cosa che poteva rendere quella giornata meno squallida e di nuovo degna di essere vissuta: il libro che aveva scelto durante l’ora di ricreazione e che ora lo aspettava sul tavolo della Biblioteca.”)… Si tratta di una simpatica storia di fantasmi (o meglio, di un fantasma) scritta dall’autore inglese Oscar Wilde nel 1887, e racconta delle (dis)avventure del fantasma del povero Sir Simon di Canterville costretto a subire le angherie dei nuovi proprietari americani della sua magione, che, lungi dall’esser spaventati da lui, si divertono a prenderlo un po’ in giro.
  • Il libro è illustrato da Carlo Lai, che recentemente ha collaborato alla realizzazione di un teaser (video anteprima) ufficiale di Iskìda della Terra di Nurak diretto dal premio Oscar Anthony LaMolinara, tratto dalla serie fantasy di Andrea Atzori. Potete vederlo qui.
  • Paola Alcioni oltre ad essere scrittrice è anche poetessa… Se siete curiosi di leggere qualche suo componimento, potete trovarne alcuni in questo blog.

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