Il sogno di Anna, di Lucia Tilde Ingrosso

Il sogno di Anna
Anna ha quindici anni, vive a Milano e vorrebbe fare la giornalista. Nel suo diario ha scritto una frase di un articolo della Politkovskaja pubblicato poco prima che fosse assassinata: “Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. Quale crimine ho commesso per essere bollata come ‘una contro di noi’? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato”. Queste parole sono la sua guida, il suo punto di riferimento, soprattutto quando i suoi compagni la prendono in giro e quando sua madre non le parla perché vorrebbe vederla avvocato. Anna però è testarda, vuole scrivere, informare. Adora il ticchettio della tastiera e sogna luoghi lontani da visitare e piccole e grandi storie da raccontare. Nel suo piccolo, incontra dei dilemmi (pratici e morali) con cui la giornalista russa si è imbattuta su larga scala. Per esempio, dare visibilità a chi ti è amico o a chi se lo merita? Come reagire alle intimidazioni e alle lusinghe del quotidiano? Come raccontare una storia con sentimento mantenendo contemporaneamente la lucidità di giudizio? La determinazione della nostra eroina basterà a farle realizzare il suo sogno? Di certo l’incontro con Manuel, misterioso ragazzo dalla pelle bruna e dagli occhi d’ebano, non le faciliterà la vita, soprattutto nel rapporto con la madre. Ma servirà ad arricchire il suo bagaglio di consapevolezza e di valori.

Titolo: Il sogno di Anna
Autrice: Lucia Tilde Ingrosso
Anno prima edizione: 2016
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Anna supera le frontiere del tempo e dello spazio per conoscere un’altra Anna, una donna coraggiosa, determinata e con valori di ferro, che le farà vedere il mondo con occhi diversi. Non siamo in guerra, ma le ingiustizie non mancano anche da noi: ora Anna le sa vedere e affrontare.

LA CITAZIONE:

“A un certo punto, mi sento meglio. Abbastanza per parlare, almeno.
‘È che lei è… morta,’ cerco di spiegare. ‘Vabbè, dirai, lo sapevi. Sì, lo sapevo, ma vederla così… È un po’ come se questa fosse la sua tomba. E… ho pensato a tutte le cose brutte e ingiuste che succedono. E alla vita che non è come tu la vorresti.’”

TEMI TRATTATI:

  • seguire i propri sogni
  • famiglia
  • amore
  • pregiudizi

PAROLE CHIAVE:

  • Anna Politkovskaja
  • Giornalismo

L’AUTRICE:

Lucia Tilde Ingrosso nasce a Milano il 27 gennaio 1968 e a 10 anni scrive il suo primo racconto con una Olivetti Lettera 32. A 15 intervista Gianna Nannini (per finta). Attinge di gusto alla ricca biblioteca di famiglia. Adora Louisa May Alcott (quella di Piccole donne), Cesare Pavese, Curzio Malaparte e Oscar Wilde. Ma soprattutto Agatha Christie, Cornell Woolrich e Renato Olivieri.
Ha due sogni: scrivere un giallo e diventare giornalista. Realizzerà entrambi. Con Il sogno di Anna vince il premio Castello Volante.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Se avete letto il libro, avete sulla giornalista russa Anna Politkovskaja un quadro pressoché completo, ma ecco la brevissima biografia che propone la rivista Internazionale in cima all’elenco di alcuni articoli scritti proprio da lei (e tradotti in italiano): 1958. Nasce a New York da genitori diplomatici. 1999. Dopo aver lavorato per il giornale Izvestija, comincia a seguire per la Novaja Gazeta il conflitto in Cecenia. 2001. Vince il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani. Ottobre 2002. Accetta il ruolo di negoziatrice durante l’assedio del teatro Dubrovka di Mosca. 2003. Vince il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Settembre 2004. Subisce un tentativo di avvelenamento mentre è in volo verso Beslan, durante il sequestro nella scuola. 7 ottobre 2006. Viene uccisa a Mosca.”.
  • Nel libro vengono citate spesso frasi di Anna Politkovskaja, fra queste vi sono “A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte.” e “Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione.”. Qui potete leggere l’intero articolo da lei scritto da cui son tratti questi suoi pensieri: Il mio lavoro a ogni costo, uno degli ultimi prima di quel fatidico 7 ottobre 2006.
  • Qui trovate un documentario realizzato dalla Rai in occasione del quinto anniversario dalla morte di Anna Politkovskaja: parlano il marito, il figlio, il vice-direttore del Novaya Gazeta e altre persone che l’avevano conosciuta. Durante il documentario scorrono immagini del suo funerale e dei suoi interventi in momenti cruciali del suo paese.
  • La voce giornalistica di Anna Politkovskaja si esprime in particolar modo nella questione cecena: la Cecenia negli ultimi anni è stata teatro di due guerre, la prima dal 1994 al 1996, la seconda dal 1999 al 2009, entrambe scaturite dal desiderio d’indipendenza del territorio dalla Russia. Gli articoli di Anna denunciavano i massacri compiuti dall’esercito russo nei confronti di civili innocenti. Per capire meglio la questione cecena, che ha origini ben più lontane del Novecento, potete leggere questo breve articolo.
  • “Pensa che su internet c’è la sua ultima foto. È stata scattata nel supermercato in cui ha fatto la spesa e la didascalia è: Un’ora e 39 minuti prima di essere uccisa.” (pag. 48). Si sta parlando ovviamente dell’omicidio di Anna Politkovskaja, ed ecco la foto a cui l’altra Anna fa riferimento.
  • A pag. 20 Andrea, uno dei compagni di corso di Anna, fa a Markus questa domanda “Secondo lei il futuro del giornalismo è nel web?”. In questo articolo trovate un’interessante intervista del 2016 ad Arianna Ciccone, direttrice del Festival Internazionale del giornalismo, proprio su questo tema (“Il punto non è se il web può sostituire i giornali o meno. Non si tratta di questo. È cambiato il comportamento di chi si informa, di chi ‘consuma’ informazione […] Il lavoro di ‘gatekeeper’ (filtraggio delle notizie) o di ‘fact checking’ (verifica dei fatti) che un tempo svolgevano i giornali, oggi è diventata anche una ‘responsabilità’ dei cittadini, che si informano in rete e attraverso i loro spazi social diffondono informazione a loro volta.”). C’è anche un accenno alla libertà di stampa, argomento senz’altro legato al percorso giornalistico di Anna Politkovskaja.
  • A pag. 80 Anna, attraverso i ricordi del padre, parla dell’attentato terroristico avvenuto l’11 marzo 2004 alla stazione di Atocha a Madrid: in questo articolo potete leggere la ricostruzione dei fatti di quel giorno, con un approfondimento sullo stato dei sopravvissuti anni dopo quei terribili fatti.
  • “Lo sapevi che questo parco è pieno di fantasmi?” (pag. 109), così dice Stefano ad Anna durante la loro passeggiata al parco Sempione di Milano. Pe chi fosse curioso di scoprire la leggenda del più famoso fantasma del Sempione, la Dama Nera, e degli altri citati nel libro, qui trovate qualche informazione in più.
  • A pag. 145 Anna e Stefano giungono al Giardino dei Giusti, parte del parco di Monte Stella dedicato a “gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’Uomo contro ogni forma di annientamento della sua identità libera e consapevole, testimoniato a favore della verità contro i reiterati tentativi di negare i crimini perpetrati. A ciascuno di loro è dedicato un pruno, messo a dimora durante una cerimonia in sua presenza o con la partecipazione dei suoi familiari, con un cippo in granito deposto nel prato sottostante.”. In questo video potete vedere alcuni scorci del Giardino, si vede anche il cippo dedicato ad Anna Politkovskaja.
  • A pag. 166 si fa riferimento all’associazione Annaviva, associazione “nata nel 2007 per ricordare Anna Politkovskaja e raccontare cosa accade tuttora nell’Est europeo.”. Trovate qui la pagina Facebook dell’associazione. Fra gli articoli condivisi dalla pagina, spicca uno de La Stampa riguardante la condanna alla Russia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per l’omicidio di Anna (“La Corte rileva in particolare che «se le autorità hanno trovato e condannato un gruppo di uomini direttamente coinvolti nell’assassinio della signora Politkovskaja, non hanno attuato adeguate misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio».”).

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Il pallone è maschio, la palla è femmina, di Loredana Frescura

Il pallone è maschio, la palla è femmina
Carlotta ha dieci anni e gioca a calcio in una squadra mista del suo paese. Durante le partite, guarda le nuvole per cercare il volto del suo papà che, dal cielo, le dà consigli sul modo migliore di battere un rigore e sul modo migliore di sorridere al mondo. La sua mamma ha i capelli rosso – ciliegia e la porta agli allenamenti con un vecchio motorino arancione. Però un’epidemia di varicella colpisce la squadra e allora tutto sembra perduto. Carlotta ha un’idea che meraviglierà molti, ma è l’idea migliore per dare al calcio e allo sport una nota di vera bellezza. Una storia delicata, per comprendere che quello che conta nello sport è la lealtà e il divertimento.

Titolo: Il pallone è maschio, la palla è femmina
Autrice: Loredana Frescura
Illustrazioni: Giovanni Lombardi
Anno prima edizione: 2014
Editore: Gruppo Editoriale Raffaello

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Qualsiasi gruppo, in particolare nello sport, può creare frontiere: fra maschi e femmine anche se le squadre son miste, fra bravi e meno bravi, fra chi vuole divertirsi e chi punta solo a vincere a discapito di tutto il resto… Sono tutte frontiere e differenze superabili, perché quando si è insieme si deve pensare come una squadra.

LA CITAZIONE:

“Alberto esulta mentre David schiuma di rabbia. È sempre geloso di chi è bravo. È pazzesco. Siamo una squadra e io sono contentissima quando gli altri sono bravi perché così vinco anch’io e anch’io mi sforzo di diventare più brava.”

TEMI TRATTATI:

  • calcio
  • sana competizione
  • superare una perdita
  • prime cotte

PAROLE CHIAVE:

  • Pallone maschio, palla femmina
  • Fair play (gioco corretto) nello sport e nella vita di tutti i giorni
  • Gioco di squadra

L’AUTRICE:

Loredana Frescura è nata in una piccola frazione del comune di Marciano, Papiano, in provincia di Perugia nel 1962. Insegnate elementare, nutre una grande passione per il cinema e la musica.
A metà degli anni ’90 inizia la sua carriera di autrice, da allora ha scritto numerose storie a volte tenere a volte forti con protagonisti ragazzi adolescenti.
Nel 2006 si è aggiudicata il premio Andersen nella categoria Miglior libro oltre i 12 anni con Il mondo nei tuoi occhi. Due storie di un amore pubblicato da Fanucci Editore.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • A pag. 8 si fa riferimento alla superstizione secondo cui porti sfortuna avere una donna a bordo su una nave… È una superstizione la cui origine è lontana nel tempo, e ci sono diverse teorie al riguardo: secondo una le donne porterebbero sfortuna perché la loro presenza distrarrebbe i marinai e il mare, geloso, diventerebbe tempestoso. Secondo un’altra teoria ad esser gelosa sarebbe invece la nave stessa, o meglio, la polena, che vorrebbe essere l’unica donna per i marinai. Ultima teoria è quella che vedrebbe le donne come delle possibili streghe, quindi portarle a bordo sarebbe stato un rischio. Ovviamente si tratta solo di vecchie superstizioni senza alcun fondo di verità.
  • A pag. 56 si trova una versione personalizzata della filastrocca Lucciola Lucciola, di cui trovate altre due versioni qui. Ma Lucciola Lucciola è anche una ninna nanna per bambini, la potete ascoltare qui.
  • A pag. 86 si fa riferimento a un grande numero calcistico compiuto dal giocatore dell’Ascoli Giancarlo Pasinato: un gol “coast to coast”, come venne poi battezzato, ossia un gol segnato dopo essersi fatti quasi tutto il campo palla al piede. Era il 1978, e potete vedere il gol in questo video.
  • Il libro è illustrato da Giovanni Lombardi, illustratore, grafico e web designer di Torino. Nel suo sito ufficiale potete scoprire altri suoi lavori, qui.
  • Alla fine del libro trovate delle schede didattiche a cura di Paola Valenti, già editor del libro, sul sito della casa editrice sono poi disponibili altre attività digitali, trovate tutto qui.

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Batti il muro. Quando i libri salvano la vita, di Antonio Ferrara

Batti il muro
Caterina è solo una bambina quando sua madre comincia a chiuderla in un armadio, al buio. È il segnale di una malattia che non assume mai manifestazioni violente, però infligge a Caterina questa pena ripetuta che non tocca invece alla sorella, chissà perché. Dentro l’armadio Caterina ha paura, all’inizio. Poi comincia a portare con sé un libro e una torcia elettrica, e tutto cambia. La lettura diventa lo strumento per contrastare la volontà della madre in modo sommesso. Caterina non urla, non protesta: rimane buona e zitta dentro la sua casetta di legno, al riparo, con i suoi libri. Sono le storie a salvarla. E sarà l’amore per i libri, un amore fedele e paziente, a dare infine un senso alla sua vita.

Titolo: Batti il muro. Quando i libri salvano la vita
Autore: Antonio Ferrara
Anno prima edizione: 2011
Editore: BUR

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Nella vita possiamo andare incontro a difficoltà e dolore, e a questo punto si crea una frontiera: possiamo stagnare nella sofferenza o cercare aiuto in qualcuno o in qualcosa. Cercare aiuto nei momenti bui, anche questo è superare la frontiera.

LA CITAZIONE:

“Leggendo capivo che non potevo impedire che le cose accadessero, ma che potevo almeno immaginarne altre, più dolci, che prima o poi sarebbero potute accadere.”

TEMI TRATTATI:

  • famiglia
  • malattia
  • abusi domestici
  • crescita

PAROLE CHIAVE:

  • Batti il muro
  • Potere della lettura
  • Prigione, fisica e mentale

L’AUTORE:

Classe ’57, Antonio Ferrara è uno scrittore e illustratore italiano, insignito nel 2012 del premio Andersen (premio italiano per la letteratura per ragazzi) per Ero cattivo, una delle sue opere più conosciute. Dopo aver conseguito la maturità classica, frequenta la facoltà di Architettura e nel mentre lavora come grafico. L’interesse per la letteratura per ragazzi nasce in seguito alla sua esperienza in alcune comunità di alloggio dei minori, è qui infatti che capisce l’importanza della diffusione della lettura fra i giovani. Diventerà quindi illustratore e, infine, anche autore di libri a loro destinati, raccontando storie ricche di speranza e con protagonisti in cui i lettori possono ritrovare se stessi.

APPROFONDIMENTI:

  • Il libro si apre con una citazione dal Diario di Anna Frank, giovane ragazza ebrea che ai tempi della persecuzione nazista era stata costretta alla clandestinità e a vivere nascosta in una casa senza mai poter uscire. In questo periodo di prigionia anche lei trovò conforto nei libri, come Caterina, e nella scrittura del suo diario. Qui un approfondimento.
  • La madre di Caterina nei momenti di maggiore crisi si faceva ricoverare in un manicomio: oggi queste strutture non esistono più, precisamente dal 1978, grazie agli studi dello psichiatra Franco Basaglia che rivoluzionò la concezione di “salute mentale”, portando l’Italia ad essere il paese con la legislazione più avanzata al mondo in campo psichiatrico.
    I manicomi vengono regolamentati in Italia per la prima volta nel 1904 dalla legge Giolitti, il cui 1° articolo recitava “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi”. Negli anni si son date spesso comode interpretazioni allo stato di “alienazione mentale” facendo divenire il manicomio un carcere per personaggi indesiderati. I trattamenti erano inoltre spesso discutibili: dall’elettroshock alle cinghie per legare i pazienti, dall’isolamento alle camicie di forza. Qui potete trovare un documentario prodotto dalla Rai sulla storia dei manicomi in Italia, e qui un articolo che approfondisce il tema.
  • Caterina trova la sua salvezza nei libri, è grazie a loro che resiste e va avanti. Oggi ci sono diversi studi sul potere terapeutico della lettura, e si parla sempre più spesso di biblioterapia, termine nato nei paesi anglosassoni intorno all’inizio del Novecento. Qui trovate un articolo scientifico al riguardo, qui uno più scanzonato e romantico, con diverse testimonianze.
  • Qui trovate una breve intervista all’autore, Antonio Ferrara.

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Stanotte guardiamo le stelle, di Alì Ehsani

Stanotte guardiamo le stelle
Afghanistan, anni novanta. Ali è un ragazzino che trascorre le giornate tirando calci a un pallone con il suo amico Ahmed, in una Kabul devastata dalla lotta tra fazioni, ma non ancora in mano ai talebani. La città non è sempre stata così, gli racconta suo padre: un tempo c’erano cinema, teatri e divertimenti, ma ad Ali, che non ha mai visto altro, la guerra fa comunque meno paura delle sgridate del maestro o dei rimproveri della madre. Il giorno in cui, di ritorno da scuola, Ali trova un mucchio di macerie al posto della sua casa, quella fragile bolla di felicità si spezza per sempre. Convinto inizialmente di aver solo sbagliato strada, si siede su un muretto e aspetta il fratello maggiore Mohammed, a cui tocca il compito di spiegargli che la casa è stata colpita da un razzo e che i genitori sono morti. Non c’è più niente per loro in Afghanistan, nessun futuro e nessun affetto, ma “noi siamo come uccelli (…) e voleremo lontano”, gli dice Mohammed, che lo convince a scappare. E in quello stesso istante, l’istante in cui inizia il loro grande viaggio, nascosti in mezzo ai bagagli sul portapacchi di un furgone lanciato verso il Pakistan, Mohammed diventa per Ali un padre, il miglior amico e, infine, un eroe disposto a tutto pur di non venire meno alla promessa fattagli alla partenza: Ali tornerà a essere libero e a guardare le stelle, come faceva da bambino quando il padre gli spiegava le costellazioni sul tetto di casa nelle sere d’estate. Dal Pakistan all’Iran, e poi dall’Iran alla Turchia, alla Grecia e infine all’Italia, quella di Ali e Mohammed è un’epopea tragica, ma anche una storia di coraggio, determinazione e ottimismo.

Titolo: Stanotte guardiamo le stelle
Autore: Alì Ehsani con Francesco Casolo
Anno prima edizione: 2016
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Le frontiere che attraversa Alì son tante: quella che ci separa dall’esser insieme, con una famiglia, all’esser soli; quella geografica di tutti i Paesi che attraverserà cercando un posto migliore in cui vivere, e quella che separa le persone di origine diversa: c’è chi rafforza questa frontiera e chi riesce ad andare oltre.

LA CITAZIONE:

“Chi parla degli emigrati usa spesso la parola ‘disperati’, ma quello che invece penso oggi, a Roma, nella mia vita italiana, è che non c’è niente di più simile alla speranza nel decidere di emigrare: speranza di arrivare da qualche parte migliore, speranza di farcela, speranza di sopravvivere, di tenere duro, speranza di un lieto fine come al cinema. Penso che sia normale che ogni essere umano cerchi disperatamente di migliorare la propria condizione e in alcuni casi muoversi è l’unico modo per farlo.”

TEMI TRATTATI:

  • emigrazione
  • fuga dalla guerra
  • famiglia
  • sopravvivenza
  • accoglienza

PAROLE CHIAVE:

  • La “speranza nel decidere di emigrare”
  • Guerra in Afghanistan
  • Campi di prigionia
  • Centri di accoglienza

L’AUTORE:

Alì Ehsani nasce a Kabul nel 1989, a 8 anni perde i genitori e la casa, e inizia con il fratello Mohammed il lungo viaggio, raccontato in questo libro, che lo porterà in Italia a 13 anni. Vive a Roma dal 2003, e nel 2015 ha conseguito la laurea triennale in Giurisprudenza.

APPROFONDIMENTI:

  • La storia di Alì inizia quando a 8 anni torna a casa, ma non la trova: le bombe l’hanno spazzata via. Perché c’è la guerra in Afghanistan, cosa stava succedendo? Il territorio, dopo esser stato nelle mani dell’Unione Sovietica dal ’79, dopo diverse lotte riacquista l’indipendenza nell’88, ma la guerra continua e diventa interna: si formano due schieramenti, quello dei mujaheddin che avevano già combattuto contro l’invasione sovietica, e i talebani. Questi ultimi sono un gruppo estremista islamico nato all’interno delle scuole coraniche (“talebano” significa infatti “studente”), ed è durante le loro lotte di conquista di tutto il territorio afghano che inizia il triste viaggio di Alì. Quando saliranno al potere imporranno su tutto il territorio un regime teocratico basato sul rigido rispetto delle leggi coraniche e il loro nome verrà poi associato all’organizzazione terroristica di al Qaeda e al suo capo, Osama Bin Laden. Il regime talebano cade ufficialmente nel 2001, in seguito all’intervento militare degli Stati Uniti post 11 settembre, ma la loro attività terroristica continua ancora ai giorni nostri. Qui potete trovare un approfondimento sulla recente storia dell’Afghanistan, qui un documentario sull’Afghanistan prodotto da Rai Storia, e qui un approfondimento sulla situazione attuale del Paese.
  • “Penso a una frase che ho sentito una volta che dice che secondo i talebani l’Afghanistan è per i Pashtun e basta. I tagiki, dicono i talebani, devono stare in Tagikistan; i turkmeni in Turkmenistan… e così via fino agli ultimi degli ultimi, gli hazara, che invece, sempre secondo i talebani, devono stare al cimitero.” (pag. 33) Chi sono i pashtun e chi gli hazara? In Afghanistan convivono diverse etnie, ognuna con una sua lingua e una sua organizzazione sociale: i pashtun sono quella maggioritaria, di religione islamica sunnita, poi ci sono i tagiki, i turkmeni (l’etnia di Alì), gli uzbeki, i kirghizi, i baluci, i nur, gli aimaq e infine gli hazara. Questi sono quelli che per i talebani (di etnia pashtun) “devono stare al cimitero”. Perché? Gli hazara, islamici sciiti, nei secoli scorsi rappresentavano la maggioranza della popolazione afghana, poi all’inizio del Novecento salì al potere una tribù pashtun, quindi sunnita, e da quel momento iniziarono le persecuzioni nei loro confronti (per capire la differenza fra musulmani sunniti e sciiti, qui). Quello nei confronti degli hazara è stato un vero e proprio genocidio, e nonostante oggi vengano loro riconosciuti gli stessi diritti delle altre etnie, sono ancora oggetto di persecuzioni. (Per approfondire, qui)
  • A pag. 103 si fa riferimento ad una guerra contro Saddam: è la guerra fra Iran e Iraq combattuta fra il 1980 e il 1988. Nell’estate del 1980 Saddam Hussein, il dittatore iracheno, invase l’Iran per conquistare nuovi territori ricchi di petrolio e destabilizzare la teocrazia iraniana, obiettivi che però non riuscì a raggiungere. La guerra finì con l’intervento dell’ONU, e Saddam Hussein successivamente fece accordi con l’Iran per garantirsi la sua neutralità in un altro scontro che stava preparando: l’invasione del Kuwait che tre anni dopo avrebbe portato alla Prima guerra del Golfo. (Qui un approfondimento sul conflitto.)
  • Fuggiti dall’Afghanistan, Alì e suo fratello restano per qualche tempo in Iran, e qui continua la discriminazione nei loro confronti: in Afghanistan venivano discriminati dai pashtun in quanto turkmeni, in Iran vengono discriminati in quanto afghani, non hanno diritti civili e nessuna possibilità di averli. Per capire il difficile rapporto fra Afghanistan e Iran, e lo stato dei rifugiati afghani, potete leggere questo breve articolo.
  • Potete vedere l’intero percorso con le varie tappe del lungo viaggio di Alì verso l’Italia qui.
  • Potete vedere una breve intervista di Alì Ehsani in cui racconta della nascita del libro e la condivisione della sua esperienza qui.
  • Stanotte guardiamo le stelle è scritto in collaborazione con Francesco Casolo, docente di Storia del Cinema presso l’Istituto Europeo di Design, ma anche editor e scrittore. Nel 2012 ha scritto e diretto il documentario I resilienti, reportage dal Cairo sulla Primavera araba, presentato al Beirut Film Festival. Qui potete trovare il video di un incontro con il pubblico da parte di entrambi gli autori.

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Il giorno che venne la guerra, di Nicola Davies e Rebecca Cobb

Il giorno che venne la guerra
Questa è la storia vera di una bambina che fugge dalla guerra nel suo paese. Arrivata in Europa il suo sogno è quello di andare a scuola, ma viene respinta da tutti, fino a quando saranno proprio i bambini della scuola, che con un gesto troveranno il modo di farla studiare insieme a loro.

Titolo: Il giorno che venne la guerra
Autrice: Nicola Davies
Illustrazioni: Rebecca Cobb
Traduzione: Marinella Barigazzi
Anno prima edizione: 2018
Editore: Nord-Sud

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

La piccola protagonista del libro sembra lontana da noi, sembra venire da una frontiera diversa, eppure lei è una bambina normale che viveva in un paese normale… finché non è arrivata la guerra. Per colpa della guerra è rimasta sola, ed è dovuta scappare alla ricerca di un posto dove la guerra non c’è. Eppure trova la guerra anche dove in teoria non ci dovrebbe essere, e la trova nelle porte chiuse in faccia, negli sguardi ostili delle persone. Eppure basterebbe poco per infrangere quella frontiera inesistente che alcune persone creano, anche un piccolo gesto, anche prestare una sedia.

LA CITAZIONE:

“Ma la guerra mi aveva seguita.
[…] Camminai e camminai per cercare di scacciarla,
per trovare un posto dove non fosse arrivata.
Ma la ritrovavo per strada, quando mi chiudevano in faccia le porte.
La ritrovavo nella gente che non mi sorrideva e mi voltava le spalle.”

TEMI TRATTATI:

  • scappare dalla guerra
  • rimanere soli
  • affrontare un viaggio pericoloso
  • solidarietà

PAROLE CHIAVE:

  • Prestare una sedia

L’AUTRICE:

Nicola Davies è nata nel 1958 e vive nel Somerset, in Inghilterra. Dopo la laurea in zoologia, ha continuato a studiare gli animali, osservandoli nel loro habitat. Ha lavorato per dieci anni nella sezione di storia naturale (Natural history unit) della BBC, prima come ricercatrice e poi come presentatrice del programma The really wild show. Ha collaborato con quotidiani e riviste e, verso i trent’anni, ha iniziato a scrivere libri per ragazzi: il suo primo volume, Big blue whale (Walker Books), ha vinto numerosi premi.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Nicola Davies scrisse questo piccolo poema in seguito alla decisione del suo paese (l’Inghilterra) di non accettare di accogliere 3.000 bambini rimasti soli, figli di rifugiati. Prima di questo episodio, la coscienza dell’autrice già ribolliva per un altro motivo: aveva sentito la storia di una bambina che era andata in una scuola vicino al campo dei rifugiati in cui stava, e a cui era stato negato l’accesso perché, dicevano, non c’erano sedie libere. Allora la bambina riprovò ad andare il giorno dopo, portando con sé una sedia, sebbene rotta. Questo è l’articolo in cui l’autrice racconta questi episodi, nella sua lingua, l’inglese.
  • In seguito alla pubblicazione del libro, l’autrice ha lanciato una campagna su twitter, dal nome “3000chairs”, ossia “3.000 sedie”: persone da tutto il mondo, colpite dalla decisione di non concedere il diritto di asilo ai 3.000 bambini siriani, hanno espresso i loro sentimenti disegnando una sedia per quei bambini. Qui potete trovare la raccolta di alcuni di questi disegni… perché non disegnate anche voi una sedia per uno di questi bambini?
  • Nel suo blog, riguardo ai 3.000 bambini siriani a cui era stato vietato l’ingresso nel suo Paese, l’autrice scrive: “In an ideal world there wouldn’t be children without parents. In an ideal world hospitals wouldn’t be bombed because they looked a bit like something else. In an ideal world everything would be sweet and smooth and we could all afford to be as selfish as we liked and it wouldn’t matter.But it isn’t. Its messy and unpredictable, and no matter how much time we spend moaning about how bloody inconvenient that is it won’t change. We can’t change the cards we are dealt, but we can change how we play them. […] The sickening shamefulness of this got to me so much on Thursday that I put aside all the other things I was supposed to be doing and wrote in the genre I can do best, a picture book text – though obviously without the pictures.“.
    Traduzione: “In un mondo ideale non esisterebbero bambini senza genitori. In un mondo ideale gli ospedali non verrebbero bombardati perché assomigliano un po’ a qualcosa di diverso. In un mondo ideale ogni cosa sarebbe bella e facile e noi potremmo permetterci di essere egoisti quanto vogliamo e non ci sarebbero conseguenze. Ma non è così. (Il mondo) è caotico e imprevedibile, e non importa quanto tempo spendiamo a lamentarci di quanto sia incredibilmente problematico, non cambierà. Non possiamo cambiare le carte in tavola, ma possiamo cambiare il modo in cui le giochiamo. […] La nauseante vergogna per tutto ciò mi ha colpito così tanto giovedì che ho messo da parte tutte le altre cose che avrei dovuto fare e ho scritto nel genere in cui riesco meglio, un libro illustrato – anche se ovviamente senza le immagini.”.
  • In questo video potete ascoltare l’autrice, Nicola Davies, leggere Il giorno che venne la guerra (The Day the War Came), nella sua lingua.
  • Le illustrazioni del libro sono di Rebecca Cobb, artista inglese che si è dedicata particolarmente ai libri per bambini. Qui trovate il suo sito ufficiale, e qui altri suoi lavori.

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Lo specchio dei desideri, di Jonathan Coe

Lo specchio dei desideri
Un giorno la piccola Claire, sottraendosi ai genitori litigiosi, si rifugia nella discarica dietro casa, dove trova uno specchietto rotto dal quale si sente stranamente attratta. È un brutto pezzo di vetro tagliente, ma ha il magico potere di trasformare anche la più squallida realtà in un mondo fiabesco: il cielo bigio nel riflesso diventa azzurro paradiso e la casa di Claire, una modesta villetta di periferia, si trasforma in un castello turrito sormontato da fantastiche conchiglie. Intanto il tempo passa e Claire cresce, sempre accompagnata dal suo specchio magico, in cui può vedere il proprio viso senza l’acne dell’adolescenza, e il padre che abbraccia teneramente la madre al pub. Ma nella realtà il padre sta flirtando con la sua nuova fidanzata, per la quale abbandonerà la famiglia, e il ragazzo di cui Claire è innamorata sta con la sua peggiore nemica. Quello specchio crea solo illusioni e Claire, arrabbiata, sta quasi per buttarlo, quando interviene Peter, un ex compagno delle medie. Ma quando lui la invita a uscire una sera e le dà appuntamento alla discarica, Claire rimane sbigottita: anche Peter ha trovato un pezzo di specchio rotto, che in realtà è il tassello di un puzzle più ampio.

Titolo: Lo specchio dei desideri
Autore: Jonathan Coe
Illustrazioni: Chiara Coccorese
Traduzione: Delfina Vezzoli
Anno prima edizione: 2012
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Con il potere dell’immaginazione possiamo vedere una realtà diversa, migliore. Claire ci riesce con il potere di uno specchio, ma tutti possiamo riuscirci con il potere della mente. Ma questo mondo migliore non deve per forza rimanere solo nella fantasia, oltre la frontiera del reale… quel che dobbiamo fare è sforzarci di rendere migliore giorno dopo giorno il mondo in cui viviamo, per cercare di far combaciare le due immagini.

LA CITAZIONE:

“Com’era possibile che qualcosa che riusciva a vedere così chiaramente non fosse reale? Come poteva lo specchio mostrare cose che erano due volte più eccitanti, cento volte più magiche del grigio mondo quotidiano che la circondava? Claire non riusciva a capirlo. Sapeva solo che quel giorno, per puro caso, aveva trovato un dono raro e meraviglioso, che di sicuro le avrebbe cambiato la vita.”

TEMI TRATTATI:

  • trovare rifugio nell’immaginazione
  • superare le crisi
  • crescita
  • analizzare il mondo intorno a noi

PAROLE CHIAVE:

  • Specchio dei desideri
  • Realtà alternativa
  • Coscienza politica

L’AUTORE:

Jonathan Coe è nato a Birmingham nel 1961, si è laureato a Cambridge e a Warwick, vive a Londra. Ha scritto tre biografie e numerosi romanzi. Spesso nei suoi libri affronta i problemi della società, in particolare quella inglese, di ieri e di oggi, ma ogni critica è espressa attraverso un grande umorismo.

APPROFONDIMENTI:

  • In questa intervista Jonathan Coe parla de Lo specchio dei desideri e racconta che l’idea dello specchio che riflette cose inaspettate gli era già venuta all’età di 22 anni, e ne aveva tratto un romanzo, che però non fu mai pubblicato… ammette infatti di esser stato molto influenzato a quei tempi da C.S. Lewis e dal suo armadio che portava a Narnia, e sentiva che la sua storia fosse poco originale. Anni più tardi è ripartito dallo stesso espediente (uno specchio che non riflette il mondo così com’è), ma per costruire una storia completamente diversa.
  • “La città in cui viveva Claire era molto antica, ma in gran parte era stata distrutta durante la Seconda guerra mondiale.” (pag. 41). Non sappiamo in che città viva Claire, non viene mai specificato, così, da questa breve frase, potremmo immaginare che Claire viva a Cagliari, perché… anche Cagliari fu distrutta dalle bombe durante la Seconda guerra mondiale, anzi, fu la seconda città più devastata in Italia, ben l’80% degli edifici fu raso al suolo.
    In questo video potete vedere le immagini della città bombardata, e in questo ascoltare i racconti dei sopravvissuti a quei giorni del maggio 1943.
  • Le illustrazioni del libro sono di Chiara Coccorese, artista napoletana con uno stile molto particolare, che nel suo sito ufficiale viene così descritto: “La sua ricerca artistica si orienta verso la creazione di immagini surreali ed oniriche, attraverso un uso combinato di fotografia, scenografia in miniatura, pittura ed elaborazione digitale. Il risultato è un lavoro dove verità e virtualità si confondono e si compenetrano attraverso i confini resi sfumati e pittorici.”. Qui trovate il suo portfolio.

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Continua a camminare, di Gabriele Clima

Continua a camminare
Una ragazzina cammina nella notte, diretta verso un campo militare. Sotto il niqab indossa una cintura esplosiva. Nello stesso momento, un ragazzino cammina nel deserto. Come talismano ha un libro di poesie appartenuto al fratello. Scappa dalla guerra, vuole arrivare in Europa. Siamo a Raqqa, capitale del sedicente Stato islamico, occupata dagli uomini di Daesh. È qui che vivono Salìm e Fatma, che alternano le loro voci per raccontare la propria storia. Salìm ha tredici anni, è coraggioso e testardo, e ha visto morire l’adorato fratello sotto le bombe mentre entrambi erano impegnati a recuperare i libri dagli edifici sventrati. Il fratello era convinto che solo i libri potessero fermare i kalashnikov, “perché se salvi i libri, salvi la tua anima e il paese”, ma la guerra se l’è preso. Fatma ha tredici anni, gli occhi dolci come il velluto, che cercano la bellezza di Raqqa sotto la polvere e le macerie. Anche lei prova un amore incondizionato per suo fratello, che però è un fanatico del regime. È lui a convincerla a farsi esplodere, a sacrificarsi per la gloria di Dio. E Fatma e Salìm camminano, quella notte, lei verso la morte, lui verso una nuova vita.

Titolo: Continua a camminare
Autore: Gabriele Clima
Anno prima edizione: 2017
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Siamo abituati a considerare le frontiere come un qualcosa che divide nazioni e popoli diversi, ma le frontiere possono esistere anche fra persone che continuano a camminare su strade parallele e vicine, ma allo stesso tempo distanti. I destini di Salìm e Fatma sono opposti: uno va verso la vita, l’altra verso la morte… ma forse anche questa distanza di destini è una frontiera che si può superare.

LA CITAZIONE:

“Non so bene cosa cerco, forse qualcosa che non sembri Raqqa, che non sia così nero, e aspro, e ruvido, che mi possa far capire che c’è spazio, lì, per qualcos’altro, che c’è spazio per cambiare.
[…] Io lo so che, se uno cerca, qualcosa trova sempre. Basta un fiore, una luce, una pietra che brilla a lato della strada, qualcosa di bello, insomma, un sorriso che si apre sul volto di chi passa; se uno cerca la trova la bellezza, anche quando si nasconde. Ed è lì, è dentro alla bellezza che le cose possono cambiare.”

TEMI TRATTATI:

  • famiglia
  • guerra
  • migrazione
  • estremismo religioso
  • riconoscere la bellezza

PAROLE CHIAVE:

  • Storie parallele ma distanti
  • Islam
  • Raqqa
  • “Continua a camminare”
  • “I libri fermano i kalashnikov”

L’AUTORE:

Gabriele Clima nasce a Milano nel 1967. Scrittore e illustratore per ragazzi, ha pubblicato moltissimi libri per diverse fasce d’età, dalla prima infanzia alla narrativa per giovani adulti. Tiene incontri e laboratori nelle scuole sulla lettura e la scrittura, proponendo la letteratura per ragazzi come strumento per leggere e comprendere la realtà contemporanea. Le sue storie toccano spesso tematiche sociali quali il disagio, la diversità, l’integrazione, l’immigrazione. È membro dell’ICWA, Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi. I suoi libri sono stati tradotti in una quindicina di lingue. Il sole fra le dita ha vinto il premio Andersen 2017 come miglior libro oltre i 15 anni, ed è entrato nella selezione IBBY dei 50 migliori libri al mondo che parlano di disabilità.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • “In particolare, questo libro racconta due storie vere, romanzate qui a fini narrativi: la storia di Abu Malek, che salva i libri dalle case bombardate per ridare storia e anima alla propria gente; e quella di Spozhmay, spinta dai propri famigliari a un’azione kamikaze in un posto di controllo a sud-ovest di Kabul.
    Le due vicende, apparse tempo fa sui quotidiani, si possono trovare online; consiglio di cercarle, e approfondire la ricerca per capire le ragioni che muovono chi rischia la vita per salvare la storia del proprio paese e chi è pronto a sacrificarla in nome di qualcosa che gli viene imposto” (pag. 9).
    Le vicende reali che hanno ispirato i personaggi di Abèd, il fratello di Salìm, e di Fatma sono raccontate in diversi articoli: in questo troviamo un accenno alla devastante storia della piccola Spozhmay, con un approfondimento sul perché stia sempre più aumentando il numero di bambini kamikaze, mentre in questo breve servizio la bambina racconta alle telecamere la sua storia. In questo articolo si parla della biblioteca creata da Abu Malek e dagli altri volontari, perlopiù ragazzi dell’università di Damasco che hanno interrotto gli studi a causa della guerra. Qui invece si elencano tutte le biblioteche nate da giovani volontari in quelle realtà e territori afflitti dalla guerra.
  • Gabriele Clima ad inizio libro scrive che la storia raccontata si svolge all’interno del conflitto siriano, “una guerra fra le più complesse di questi ultimi tempi”. La guerra civile in Siria, ancora in corso, nasce all’interno della cosiddetta Primavera Araba, quel periodo di rivolte che ebbe inizio in Tunisia nel 2010. Nel marzo del 2011 in Siria iniziarono le proteste contro il regime di Assad: si trattava di un evento fisiologico dopo 40 anni di dittatura di Hafiz Assad prima e di suo figlio Bashar poi. Ma quelle proteste, ben presto, sono state strumentalizzate da pesanti intromissioni straniere, che hanno creato, in alcune zone, una voragine di potere, di cui hanno subito approfittato gli jihadisti, i radicalisti islamici (le cui bandiere vede Fatma a pag. 107), tra cui figura anche l’Isis. In poco tempo, quelle rivolte si sono trasformate in una delle peggiori guerre civili della storia: il patrimonio storico e culturale (proprio quello che il fratello di Salìm tiene a recuperare) è stato in gran parte annientato, e sono milioni e milioni le vittime civili e gli sfollati.
    Qui trovate un approfondimento completo sul conflitto siriano, con anche la timeline delle sue tappe principali.
  • Una parte della storia si svolge a Raqqa, un posto che Fatma descrive come “nero, e aspro, e ruvido”. Nel periodo in cui si svolge il racconto, Raqqa è in mano all’Isis, la città verrà poi liberata in seguito a numerosi e continui bombardamenti nell’ottobre del 2017, ma a quale costo: “Alla fine della guerra, l’80 per cento di Raqqa è stato dichiarato inabitabile dall’Onu. […] Da ottobre, mese della riconquista da parte delle forze curdo siriane, Raqqa sta ancora contando i danni: la città, che un tempo era abitata da più di 400 mila persone, è oggi un ammasso di macerie, priva di servizi e ancora disseminata di ordigni esplosivi. […] In città manca tutto: non ci sono acqua potabile e luce. Né personale a sufficienza per estrarre dalle macerie i cadaveri che sono ancora lì a sei mesi dalla proclamata vittoria.”. Trovate qui l’intero articolo con le foto di Raqqa dopo i bombardamenti.
  • Il tema della bibliografia di quest’anno è “la frontiera”, ed è interessante scoprire cosa al riguardo pensano gli autori dei libri scelti. Dice Gabriele Clima in un’intervista riguardo ai conflitti fra le nazioni (quindi fra le frontiere): “Aprire un dialogo, invece, creare ponti, gettare le basi per un reale scambio di pensiero, mediare, costruire relazioni (non muri), questa è l’unica via.”. Qui potete leggere l’intervista completa all’autore, in cui parla delle ragioni che l’hanno spinto a scrivere il libro e di ciò che voleva comunicare ai lettori, spigando inoltre la scelta del suo finale.
  • Qui trovate un’altra intervista all’autore, più generale, in cui parla delle sue storie, del suo stile narrativo, delle sue ispirazioni… e parla un po’ anche di Continua a camminare: Continua a camminare è raccontato da due personaggi molto diversi l’uno dall’altro che parlano entrambi in prima persona. È un modo per cercare di vedere una stessa realtà – la guerra – da due prospettive differenti, in quel caso addirittura opposte.”.

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