Khalifa, un immigrato da medaglia, di Daniele Nicastro

Khalifa, un immigrato da medaglia
Sobuj vive come può, a Roma, sulle banchine del Tevere, da invisibile fra gli invisibili. Finché vede il corpo di una donna galleggiare nel fiume. C’è chi urla, chi chiama i soccorsi, chi si gira dall’altra parte. Lui è l’unico con il coraggio di gettarsi in acqua. Ancora non sa che quel tuffo gli cambierà la vita.

Titolo: Khalifa, un immigrato da medaglia
Autore: Daniele Nicastro
Anno prima edizione: 2018
Editore: Einaudi

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Spesso creiamo una frontiera fra noi e gli altri: non lasciar vincere l’egoismo, esser sempre pronti ad aiutare il prossimo anche quando ciò vada contro i nostri interessi… tutto questo significa infrangere quella frontiera e avere coraggio.

LA CITAZIONE:

“Fu allora che mi ricordai del permesso di soggiorno scaduto.
Non ci avevo pensato mentre vedevo la donna galleggiare.
Né mentre correvo a perdifiato sull’argine.
O mentre le sollevavo la testa dall’acqua.
Avevo pensato solo a salvarle la vita. L’alternativa era stare fermo, fregarmene. Pensare solo a me stesso, perché era chiaro che dopo il salvataggio sarei stato interrogato dalla polizia. Non si può fare una cosa così e poi sparire nel nulla.
No, avevo fatto bene.
Che uomo sarei stato, altrimenti?”

TEMI TRATTATI:

  • coraggio
  • solidarietà
  • sopravvivenza
  • accoglienza
  • famiglia

PAROLE CHIAVE:

  • Eroe

L’AUTORE:

Daniele Nicastro è nato a Carmagnola nel 1978 e attualmente vive a Moretta, un piccolo paese della provincia di Cuneo, dove scrive a tempo pieno libri per ragazzi. Ha cominciato nel 2011 con un racconto fantastico. Da allora si è cimentato nei generi più diversi, dal romanzo d’avventura al racconto comico, ma sempre con una particolare attenzione ai temi della crescita che più interessano i ragazzi. Con le scuole e le biblioteche svolge incontri di promozione alla lettura e laboratori di scrittura creativa.

APPROFONDIMENTI:

  • Il libro racconta la storia vera di Sobuj Khalifa, un immigrato in Italia dal Bangladesh che non essendo riuscito a trovare lavoro, si ritrovò per un certo periodo a vivere nella Cloaca Massima, un antico condotto fognario, fino a che non arrivò quel giorno del 12 maggio 2015, in cui salvò la vita di una donna che stava annegando nel Tevere. Qui trovate le immagini di quel salvataggio.
  • Tutti i fatti narrati nel libro sono realmente accaduti e trovabili in rete: qui potete trovare l’intervista del Messaggero citata a pag. 89, qui quella di Repubblica citata a pag. 90, e qui il servizio de La Vita in diretta citato a pag. 101. Qui trovate un breve articolo sulle 18 onorificenze consegnate dall’allora presidente Mattarella alle personalità che si son distinte in quel 2015 per particolari atti di eroismo, fra le quali c’è anche Sobuj Khalifa.
  • La storia di Khalifa inizia nel suo paese d’origine, il Bangladesh. L’autore attraverso il suo protagonista racconta la situazione di grave povertà che imperversa fra i bengalesi, tra scarse risorse e popolazione sempre più densa. In questo articolo potete leggere alcune informazioni che possono aiutare a capire il Bangladesh, e in questo, molto più recente, delle tensioni che coesistono attualmente all’interno del suo territorio.
  • Una volta arrivati in Italia, Sabuj Khalifa e suo fratello Galala si dirigono verso quel quartiere di Roma dove vivono molti altri bengalesi come loro, lo chiamano Banglatown. Il quartiere è quello di Tor Pignatta, che, insieme ad altri fra la Prenestina e la Tuscolana, sono quartieri nati all’inizio del Novecento da sempre abitati da immigrati, ma che venivano da meno lontano: “Quartieri nati per essere abitati da immigrati, genti arrivate da lontano, con abitudini e tradizioni diverse, che spesso non sapevano parlare l’italiano: erano abruzzesi, pugliesi, veneti, sardi, marchigiani.”. Qui trovate l’intero reportage citato.
  • A pag. 92 il padre di Matteo rimane sbalordito dalla quantità di articoli presenti sul web riguardanti il gesto eroico di Khalifa, trova anche una canzone… esiste per davvero anche questa, è composta da Roberto Biagiotti e la potete ascoltare qui.
  • A pag. 112, riferendosi a Monica Graziana Contrafatto, premiata anche lei per il suo atto di eroismo, Khalifa dice: “Ma è lo stesso diventata un’atleta e sogna di partecipare alle Paralimpiadi di Rio del prossimo anno.”. Nel 2016 Monica è riuscita per davvero a partecipare ai giochi paralimpici di Rio, ottenendo anche un importante risultato: la medaglia di bronzo nei 100 metri piani categoria T42.
  • Qui potete trovare un’intervista a Daniele Nicastro, in cui parla della sua vocazione di scrittore, dei grandi autori che l’hanno ispirato e fa un accenno anche a Khalifa, un immigrato da medaglia (“Scriverlo è stata un’esperienza illuminante sotto molti aspetti.”). Qui trovate un’intervista più estesa.
  • Qui trovate il booktrailer (video di presentazione) del libro creato dalla classe di una scuola di Bolzano per un progetto.

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L’ottico di Lampedusa, di Emma-Jane Kirby

L'ottico di Lampedusa
Carmine di mestiere fa l’ottico, ha cinquant’anni e vive sull’isola di Lampedusa. Ha scelto di vivere nella meravigliosa isola incastonata nel Mediterraneo per la sua pace, per il mare bellissimo, blu cobalto, in cui nuotano i delfini. Carmine potrebbe essere ognuno di noi: ha la sua vita, si preoccupa del futuro dei figli ormai grandi, si tiene in forma facendo jogging, ha un’attività ormai avviata, degli amici, insomma una vita tranquilla e solida nella calma di questa terra tra la Sicilia e l’Africa. Sì, certo, anche qui qualcosa è cambiato, i turisti, i resti dei barconi abbandonati, i sacchetti di plastica che svolazzano, quei gruppetti di africani che vede camminare stancamente sulle strade dell’isola, autobus che ormai quasi ogni giorno escono dal porto stipati di migranti appena sbarcati, e poi tv e giornali traboccano di notizie di annegamenti e naufragi. Meglio non pensarci. Ma quel 3 ottobre del 2013 Carmine esce in barca con i suoi amici, a pescare e godersi il mare d’autunno, e all’improvviso si ritrova calato in quella realtà sino ad allora così lontana. In otto, con un solo salvagente recuperano quarantasette naufraghi, e la loro vita e quella dei salvati non sarà mai più la stessa. Tutti gli altri sono morti. Questo romanzo non è solo il racconto intenso e indimenticabile del risveglio di una coscienza, ma anche una testimonianza toccante che riesce a evitare la retorica e l’invettiva riportando il problema dei migranti, senza banalizzarlo, alle sue dimensioni umanitarie, e che chiarisce la situazione di una crisi tuttora in corso, culminata in una del­le più imponenti migrazioni di massa della storia dell’umanità.

Titolo: L’ottico di Lampedusa
Autrice: Emma-Jane Kirby
Traduzione: Guido Calza
Anno prima edizione: 2016
Editore: Salani

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Spesso le notizie di tragedie e di morti ci scorrono davanti passivamente, lasciando magari un turbamento momentaneo… ma quando cade la frontiera fra quegli avvenimenti e il nostro mondo, quando ci si ritrova presenti nel momento in cui la storia sta accadendo, tutto è diverso. Eppure l’empatia è qualcosa che si dovrebbe nutrire anche a distanza, la frontiera fra “noi e loro” non dovrebbe esistere mai.

LA CITAZIONE:

“Quelle macchie nere che non erano macchie ma uomini, donne e bambini; carne, ossa e sangue. Li aveva guardati negli occhi, in quegli occhi in bilico fra la vita e la morte, e non aveva visto degli estranei. Aveva riconosciuto il loro bisogno e aveva capito. Aveva iniziato a vedere.”

TEMI TRATTATI:

  • migranti
  • solidarietà
  • memoria e responsabilità

PAROLE CHIAVE:

  • Lampedusa
  • Morti in mare

L’AUTRICE:

Emma-Jane Kirby nasce nel 1970, si laurea a Oxford e ora vive fra Londra e Parigi. È una reporter della BBC dove ha lavorato come corrispondente estera da Ginevra per le Nazioni Unite, mentre ora si occupa del programma World at One su Radio 4. L’ottico di Lampedusa è il primo romanzo, che nel 2015 le è valso il premio Bayeux-Calvados per i corrispondenti di guerra.

APPROFONDIMENTI:

  • Quella romanzata dalla reporter Emma-Jane Kirby è la storia vera di Carmine Menna, ottico di Lampedusa, che in quel 3 ottobre 2013 salvò, insieme ai suoi 7 amici, 47 persone dal naufragio in mare: “Non mi sento affatto un eroe – conclude Carmine – se c’è una persona in mare, va salvata sempre, a prescindere dalle leggi e dai pensieri. È una cosa molto spontanea, chiunque, al posto mio, lo avrebbe fatto” (qui trovate l’intero articolo con la sua intervista).
  • Il libro è il racconto dei fatti della tragedia di Lampedusa vista dagli occhi dell’ottico e dei suoi 7 compagni di viaggio del Galata. In questo articolo potete leggere il racconto di quella tragedia a 5 anni di distanza, con uno sguardo a ciò che è cambiato (e non) dopo quella data.
  • A pag. 19 l’ottico ricorda come sia cambiato l’afflusso di migranti a Lampedusa dopo la Primavera Araba. Per Primavera Araba s’intende quel periodo che va dal 2010 in cui molte popolazioni arabe iniziarono a ribellarsi alle dittature, alle ingiustizie e alla situazione di malessere generale che si respirava in quasi tutto il territorio arabo. Tutto ebbe inizio in Tunisia, quando l’ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Quel gesto innesca una serie di rivolte popolari e giovanili, che partendo dalla richiesta dei tunisini delle dimissioni del rais Ben Ali, si estendono a Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria. In questo articolo trovate un approfondimento sulle rivolte nei singoli Paesi coinvolti, con le relative (spesso tristi) conseguenze.
  • La maggior parte dei naufraghi di quel 3 ottobre provenivano dall’Eritrea. A pag. 107, all’inizio del capitolo 8, l’ottico cerca di capire cosa spinge tutte queste persone a rischiare la vita in mare pur di scappare dal loro Paese: “Era venuto a sapere che il paese era gestito alla stregua di una guarnigione militare; ogni sedicenne era tenuto ad entrare nell’esercito e, a quanto pareva, i poveretti ci rimanevano invischiati a vita. e non solo i ragazzi, ma pure le ragazze!”. Qui potete trovare un approfondimento su questi e sugli altri motivi che spingono gli Eritrei a rischiare la vita pur di scappare, e cosa affrontano durante il viaggio, prima di arrivare a quello in mare.
  • A pag. 176 l’ottico fa riferimento all’operazione Mare Nostrum, operazione militare e umanitaria italiana partita il 18 ottobre 2013, in seguito agli avvenimenti del 3 ottobre, i cui obiettivi principali erano quelli di garantire la salvaguardia della vita dei migranti in mare e assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti. L’operazione si concluse nel dicembre dell’anno successivo e in questo articolo si analizza le ripercussioni nel numero di morti in mare (“L’idea di fondo era che l’operazione Mare nostrum fosse un cosiddetto pull factor, un fattore che incoraggiava le partenze. E che per questo doveva essere interrotta. Chiusa l’operazione, nella loro idea gli arrivi sarebbero diminuiti. Ma in realtà sono solo aumentati i morti”).

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Stanotte guardiamo le stelle, di Alì Ehsani

Stanotte guardiamo le stelle
Afghanistan, anni novanta. Ali è un ragazzino che trascorre le giornate tirando calci a un pallone con il suo amico Ahmed, in una Kabul devastata dalla lotta tra fazioni, ma non ancora in mano ai talebani. La città non è sempre stata così, gli racconta suo padre: un tempo c’erano cinema, teatri e divertimenti, ma ad Ali, che non ha mai visto altro, la guerra fa comunque meno paura delle sgridate del maestro o dei rimproveri della madre. Il giorno in cui, di ritorno da scuola, Ali trova un mucchio di macerie al posto della sua casa, quella fragile bolla di felicità si spezza per sempre. Convinto inizialmente di aver solo sbagliato strada, si siede su un muretto e aspetta il fratello maggiore Mohammed, a cui tocca il compito di spiegargli che la casa è stata colpita da un razzo e che i genitori sono morti. Non c’è più niente per loro in Afghanistan, nessun futuro e nessun affetto, ma “noi siamo come uccelli (…) e voleremo lontano”, gli dice Mohammed, che lo convince a scappare. E in quello stesso istante, l’istante in cui inizia il loro grande viaggio, nascosti in mezzo ai bagagli sul portapacchi di un furgone lanciato verso il Pakistan, Mohammed diventa per Ali un padre, il miglior amico e, infine, un eroe disposto a tutto pur di non venire meno alla promessa fattagli alla partenza: Ali tornerà a essere libero e a guardare le stelle, come faceva da bambino quando il padre gli spiegava le costellazioni sul tetto di casa nelle sere d’estate. Dal Pakistan all’Iran, e poi dall’Iran alla Turchia, alla Grecia e infine all’Italia, quella di Ali e Mohammed è un’epopea tragica, ma anche una storia di coraggio, determinazione e ottimismo.

Titolo: Stanotte guardiamo le stelle
Autore: Alì Ehsani con Francesco Casolo
Anno prima edizione: 2016
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Le frontiere che attraversa Alì son tante: quella che ci separa dall’esser insieme, con una famiglia, all’esser soli; quella geografica di tutti i Paesi che attraverserà cercando un posto migliore in cui vivere, e quella che separa le persone di origine diversa: c’è chi rafforza questa frontiera e chi riesce ad andare oltre.

LA CITAZIONE:

“Chi parla degli emigrati usa spesso la parola ‘disperati’, ma quello che invece penso oggi, a Roma, nella mia vita italiana, è che non c’è niente di più simile alla speranza nel decidere di emigrare: speranza di arrivare da qualche parte migliore, speranza di farcela, speranza di sopravvivere, di tenere duro, speranza di un lieto fine come al cinema. Penso che sia normale che ogni essere umano cerchi disperatamente di migliorare la propria condizione e in alcuni casi muoversi è l’unico modo per farlo.”

TEMI TRATTATI:

  • emigrazione
  • fuga dalla guerra
  • famiglia
  • sopravvivenza
  • accoglienza

PAROLE CHIAVE:

  • La “speranza nel decidere di emigrare”
  • Guerra in Afghanistan
  • Campi di prigionia
  • Centri di accoglienza

L’AUTORE:

Alì Ehsani nasce a Kabul nel 1989, a 8 anni perde i genitori e la casa, e inizia con il fratello Mohammed il lungo viaggio, raccontato in questo libro, che lo porterà in Italia a 13 anni. Vive a Roma dal 2003, e nel 2015 ha conseguito la laurea triennale in Giurisprudenza.

APPROFONDIMENTI:

  • La storia di Alì inizia quando a 8 anni torna a casa, ma non la trova: le bombe l’hanno spazzata via. Perché c’è la guerra in Afghanistan, cosa stava succedendo? Il territorio, dopo esser stato nelle mani dell’Unione Sovietica dal ’79, dopo diverse lotte riacquista l’indipendenza nell’88, ma la guerra continua e diventa interna: si formano due schieramenti, quello dei mujaheddin che avevano già combattuto contro l’invasione sovietica, e i talebani. Questi ultimi sono un gruppo estremista islamico nato all’interno delle scuole coraniche (“talebano” significa infatti “studente”), ed è durante le loro lotte di conquista di tutto il territorio afghano che inizia il triste viaggio di Alì. Quando saliranno al potere imporranno su tutto il territorio un regime teocratico basato sul rigido rispetto delle leggi coraniche e il loro nome verrà poi associato all’organizzazione terroristica di al Qaeda e al suo capo, Osama Bin Laden. Il regime talebano cade ufficialmente nel 2001, in seguito all’intervento militare degli Stati Uniti post 11 settembre, ma la loro attività terroristica continua ancora ai giorni nostri. Qui potete trovare un approfondimento sulla recente storia dell’Afghanistan, qui un documentario sull’Afghanistan prodotto da Rai Storia, e qui un approfondimento sulla situazione attuale del Paese.
  • “Penso a una frase che ho sentito una volta che dice che secondo i talebani l’Afghanistan è per i Pashtun e basta. I tagiki, dicono i talebani, devono stare in Tagikistan; i turkmeni in Turkmenistan… e così via fino agli ultimi degli ultimi, gli hazara, che invece, sempre secondo i talebani, devono stare al cimitero.” (pag. 33) Chi sono i pashtun e chi gli hazara? In Afghanistan convivono diverse etnie, ognuna con una sua lingua e una sua organizzazione sociale: i pashtun sono quella maggioritaria, di religione islamica sunnita, poi ci sono i tagiki, i turkmeni (l’etnia di Alì), gli uzbeki, i kirghizi, i baluci, i nur, gli aimaq e infine gli hazara. Questi sono quelli che per i talebani (di etnia pashtun) “devono stare al cimitero”. Perché? Gli hazara, islamici sciiti, nei secoli scorsi rappresentavano la maggioranza della popolazione afghana, poi all’inizio del Novecento salì al potere una tribù pashtun, quindi sunnita, e da quel momento iniziarono le persecuzioni nei loro confronti (per capire la differenza fra musulmani sunniti e sciiti, qui). Quello nei confronti degli hazara è stato un vero e proprio genocidio, e nonostante oggi vengano loro riconosciuti gli stessi diritti delle altre etnie, sono ancora oggetto di persecuzioni. (Per approfondire, qui)
  • A pag. 103 si fa riferimento ad una guerra contro Saddam: è la guerra fra Iran e Iraq combattuta fra il 1980 e il 1988. Nell’estate del 1980 Saddam Hussein, il dittatore iracheno, invase l’Iran per conquistare nuovi territori ricchi di petrolio e destabilizzare la teocrazia iraniana, obiettivi che però non riuscì a raggiungere. La guerra finì con l’intervento dell’ONU, e Saddam Hussein successivamente fece accordi con l’Iran per garantirsi la sua neutralità in un altro scontro che stava preparando: l’invasione del Kuwait che tre anni dopo avrebbe portato alla Prima guerra del Golfo. (Qui un approfondimento sul conflitto.)
  • Fuggiti dall’Afghanistan, Alì e suo fratello restano per qualche tempo in Iran, e qui continua la discriminazione nei loro confronti: in Afghanistan venivano discriminati dai pashtun in quanto turkmeni, in Iran vengono discriminati in quanto afghani, non hanno diritti civili e nessuna possibilità di averli. Per capire il difficile rapporto fra Afghanistan e Iran, e lo stato dei rifugiati afghani, potete leggere questo breve articolo.
  • Potete vedere l’intero percorso con le varie tappe del lungo viaggio di Alì verso l’Italia qui.
  • Potete vedere una breve intervista di Alì Ehsani in cui racconta della nascita del libro e la condivisione della sua esperienza qui.
  • Stanotte guardiamo le stelle è scritto in collaborazione con Francesco Casolo, docente di Storia del Cinema presso l’Istituto Europeo di Design, ma anche editor e scrittore. Nel 2012 ha scritto e diretto il documentario I resilienti, reportage dal Cairo sulla Primavera araba, presentato al Beirut Film Festival. Qui potete trovare il video di un incontro con il pubblico da parte di entrambi gli autori.

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Il giorno che venne la guerra, di Nicola Davies e Rebecca Cobb

Il giorno che venne la guerra
Questa è la storia vera di una bambina che fugge dalla guerra nel suo paese. Arrivata in Europa il suo sogno è quello di andare a scuola, ma viene respinta da tutti, fino a quando saranno proprio i bambini della scuola, che con un gesto troveranno il modo di farla studiare insieme a loro.

Titolo: Il giorno che venne la guerra
Autrice: Nicola Davies
Illustrazioni: Rebecca Cobb
Traduzione: Marinella Barigazzi
Anno prima edizione: 2018
Editore: Nord-Sud

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

La piccola protagonista del libro sembra lontana da noi, sembra venire da una frontiera diversa, eppure lei è una bambina normale che viveva in un paese normale… finché non è arrivata la guerra. Per colpa della guerra è rimasta sola, ed è dovuta scappare alla ricerca di un posto dove la guerra non c’è. Eppure trova la guerra anche dove in teoria non ci dovrebbe essere, e la trova nelle porte chiuse in faccia, negli sguardi ostili delle persone. Eppure basterebbe poco per infrangere quella frontiera inesistente che alcune persone creano, anche un piccolo gesto, anche prestare una sedia.

LA CITAZIONE:

“Ma la guerra mi aveva seguita.
[…] Camminai e camminai per cercare di scacciarla,
per trovare un posto dove non fosse arrivata.
Ma la ritrovavo per strada, quando mi chiudevano in faccia le porte.
La ritrovavo nella gente che non mi sorrideva e mi voltava le spalle.”

TEMI TRATTATI:

  • scappare dalla guerra
  • rimanere soli
  • affrontare un viaggio pericoloso
  • solidarietà

PAROLE CHIAVE:

  • Prestare una sedia

L’AUTRICE:

Nicola Davies è nata nel 1958 e vive nel Somerset, in Inghilterra. Dopo la laurea in zoologia, ha continuato a studiare gli animali, osservandoli nel loro habitat. Ha lavorato per dieci anni nella sezione di storia naturale (Natural history unit) della BBC, prima come ricercatrice e poi come presentatrice del programma The really wild show. Ha collaborato con quotidiani e riviste e, verso i trent’anni, ha iniziato a scrivere libri per ragazzi: il suo primo volume, Big blue whale (Walker Books), ha vinto numerosi premi.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Nicola Davies scrisse questo piccolo poema in seguito alla decisione del suo paese (l’Inghilterra) di non accettare di accogliere 3.000 bambini rimasti soli, figli di rifugiati. Prima di questo episodio, la coscienza dell’autrice già ribolliva per un altro motivo: aveva sentito la storia di una bambina che era andata in una scuola vicino al campo dei rifugiati in cui stava, e a cui era stato negato l’accesso perché, dicevano, non c’erano sedie libere. Allora la bambina riprovò ad andare il giorno dopo, portando con sé una sedia, sebbene rotta. Questo è l’articolo in cui l’autrice racconta questi episodi, nella sua lingua, l’inglese.
  • In seguito alla pubblicazione del libro, l’autrice ha lanciato una campagna su twitter, dal nome “3000chairs”, ossia “3.000 sedie”: persone da tutto il mondo, colpite dalla decisione di non concedere il diritto di asilo ai 3.000 bambini siriani, hanno espresso i loro sentimenti disegnando una sedia per quei bambini. Qui potete trovare la raccolta di alcuni di questi disegni… perché non disegnate anche voi una sedia per uno di questi bambini?
  • Nel suo blog, riguardo ai 3.000 bambini siriani a cui era stato vietato l’ingresso nel suo Paese, l’autrice scrive: “In an ideal world there wouldn’t be children without parents. In an ideal world hospitals wouldn’t be bombed because they looked a bit like something else. In an ideal world everything would be sweet and smooth and we could all afford to be as selfish as we liked and it wouldn’t matter.But it isn’t. Its messy and unpredictable, and no matter how much time we spend moaning about how bloody inconvenient that is it won’t change. We can’t change the cards we are dealt, but we can change how we play them. […] The sickening shamefulness of this got to me so much on Thursday that I put aside all the other things I was supposed to be doing and wrote in the genre I can do best, a picture book text – though obviously without the pictures.“.
    Traduzione: “In un mondo ideale non esisterebbero bambini senza genitori. In un mondo ideale gli ospedali non verrebbero bombardati perché assomigliano un po’ a qualcosa di diverso. In un mondo ideale ogni cosa sarebbe bella e facile e noi potremmo permetterci di essere egoisti quanto vogliamo e non ci sarebbero conseguenze. Ma non è così. (Il mondo) è caotico e imprevedibile, e non importa quanto tempo spendiamo a lamentarci di quanto sia incredibilmente problematico, non cambierà. Non possiamo cambiare le carte in tavola, ma possiamo cambiare il modo in cui le giochiamo. […] La nauseante vergogna per tutto ciò mi ha colpito così tanto giovedì che ho messo da parte tutte le altre cose che avrei dovuto fare e ho scritto nel genere in cui riesco meglio, un libro illustrato – anche se ovviamente senza le immagini.”.
  • In questo video potete ascoltare l’autrice, Nicola Davies, leggere Il giorno che venne la guerra (The Day the War Came), nella sua lingua.
  • Le illustrazioni del libro sono di Rebecca Cobb, artista inglese che si è dedicata particolarmente ai libri per bambini. Qui trovate il suo sito ufficiale, e qui altri suoi lavori.

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Continua a camminare, di Gabriele Clima

Continua a camminare
Una ragazzina cammina nella notte, diretta verso un campo militare. Sotto il niqab indossa una cintura esplosiva. Nello stesso momento, un ragazzino cammina nel deserto. Come talismano ha un libro di poesie appartenuto al fratello. Scappa dalla guerra, vuole arrivare in Europa. Siamo a Raqqa, capitale del sedicente Stato islamico, occupata dagli uomini di Daesh. È qui che vivono Salìm e Fatma, che alternano le loro voci per raccontare la propria storia. Salìm ha tredici anni, è coraggioso e testardo, e ha visto morire l’adorato fratello sotto le bombe mentre entrambi erano impegnati a recuperare i libri dagli edifici sventrati. Il fratello era convinto che solo i libri potessero fermare i kalashnikov, “perché se salvi i libri, salvi la tua anima e il paese”, ma la guerra se l’è preso. Fatma ha tredici anni, gli occhi dolci come il velluto, che cercano la bellezza di Raqqa sotto la polvere e le macerie. Anche lei prova un amore incondizionato per suo fratello, che però è un fanatico del regime. È lui a convincerla a farsi esplodere, a sacrificarsi per la gloria di Dio. E Fatma e Salìm camminano, quella notte, lei verso la morte, lui verso una nuova vita.

Titolo: Continua a camminare
Autore: Gabriele Clima
Anno prima edizione: 2017
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Siamo abituati a considerare le frontiere come un qualcosa che divide nazioni e popoli diversi, ma le frontiere possono esistere anche fra persone che continuano a camminare su strade parallele e vicine, ma allo stesso tempo distanti. I destini di Salìm e Fatma sono opposti: uno va verso la vita, l’altra verso la morte… ma forse anche questa distanza di destini è una frontiera che si può superare.

LA CITAZIONE:

“Non so bene cosa cerco, forse qualcosa che non sembri Raqqa, che non sia così nero, e aspro, e ruvido, che mi possa far capire che c’è spazio, lì, per qualcos’altro, che c’è spazio per cambiare.
[…] Io lo so che, se uno cerca, qualcosa trova sempre. Basta un fiore, una luce, una pietra che brilla a lato della strada, qualcosa di bello, insomma, un sorriso che si apre sul volto di chi passa; se uno cerca la trova la bellezza, anche quando si nasconde. Ed è lì, è dentro alla bellezza che le cose possono cambiare.”

TEMI TRATTATI:

  • famiglia
  • guerra
  • migrazione
  • estremismo religioso
  • riconoscere la bellezza

PAROLE CHIAVE:

  • Storie parallele ma distanti
  • Islam
  • Raqqa
  • “Continua a camminare”
  • “I libri fermano i kalashnikov”

L’AUTORE:

Gabriele Clima nasce a Milano nel 1967. Scrittore e illustratore per ragazzi, ha pubblicato moltissimi libri per diverse fasce d’età, dalla prima infanzia alla narrativa per giovani adulti. Tiene incontri e laboratori nelle scuole sulla lettura e la scrittura, proponendo la letteratura per ragazzi come strumento per leggere e comprendere la realtà contemporanea. Le sue storie toccano spesso tematiche sociali quali il disagio, la diversità, l’integrazione, l’immigrazione. È membro dell’ICWA, Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi. I suoi libri sono stati tradotti in una quindicina di lingue. Il sole fra le dita ha vinto il premio Andersen 2017 come miglior libro oltre i 15 anni, ed è entrato nella selezione IBBY dei 50 migliori libri al mondo che parlano di disabilità.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • “In particolare, questo libro racconta due storie vere, romanzate qui a fini narrativi: la storia di Abu Malek, che salva i libri dalle case bombardate per ridare storia e anima alla propria gente; e quella di Spozhmay, spinta dai propri famigliari a un’azione kamikaze in un posto di controllo a sud-ovest di Kabul.
    Le due vicende, apparse tempo fa sui quotidiani, si possono trovare online; consiglio di cercarle, e approfondire la ricerca per capire le ragioni che muovono chi rischia la vita per salvare la storia del proprio paese e chi è pronto a sacrificarla in nome di qualcosa che gli viene imposto” (pag. 9).
    Le vicende reali che hanno ispirato i personaggi di Abèd, il fratello di Salìm, e di Fatma sono raccontate in diversi articoli: in questo troviamo un accenno alla devastante storia della piccola Spozhmay, con un approfondimento sul perché stia sempre più aumentando il numero di bambini kamikaze, mentre in questo breve servizio la bambina racconta alle telecamere la sua storia. In questo articolo si parla della biblioteca creata da Abu Malek e dagli altri volontari, perlopiù ragazzi dell’università di Damasco che hanno interrotto gli studi a causa della guerra. Qui invece si elencano tutte le biblioteche nate da giovani volontari in quelle realtà e territori afflitti dalla guerra.
  • Gabriele Clima ad inizio libro scrive che la storia raccontata si svolge all’interno del conflitto siriano, “una guerra fra le più complesse di questi ultimi tempi”. La guerra civile in Siria, ancora in corso, nasce all’interno della cosiddetta Primavera Araba, quel periodo di rivolte che ebbe inizio in Tunisia nel 2010. Nel marzo del 2011 in Siria iniziarono le proteste contro il regime di Assad: si trattava di un evento fisiologico dopo 40 anni di dittatura di Hafiz Assad prima e di suo figlio Bashar poi. Ma quelle proteste, ben presto, sono state strumentalizzate da pesanti intromissioni straniere, che hanno creato, in alcune zone, una voragine di potere, di cui hanno subito approfittato gli jihadisti, i radicalisti islamici (le cui bandiere vede Fatma a pag. 107), tra cui figura anche l’Isis. In poco tempo, quelle rivolte si sono trasformate in una delle peggiori guerre civili della storia: il patrimonio storico e culturale (proprio quello che il fratello di Salìm tiene a recuperare) è stato in gran parte annientato, e sono milioni e milioni le vittime civili e gli sfollati.
    Qui trovate un approfondimento completo sul conflitto siriano, con anche la timeline delle sue tappe principali.
  • Una parte della storia si svolge a Raqqa, un posto che Fatma descrive come “nero, e aspro, e ruvido”. Nel periodo in cui si svolge il racconto, Raqqa è in mano all’Isis, la città verrà poi liberata in seguito a numerosi e continui bombardamenti nell’ottobre del 2017, ma a quale costo: “Alla fine della guerra, l’80 per cento di Raqqa è stato dichiarato inabitabile dall’Onu. […] Da ottobre, mese della riconquista da parte delle forze curdo siriane, Raqqa sta ancora contando i danni: la città, che un tempo era abitata da più di 400 mila persone, è oggi un ammasso di macerie, priva di servizi e ancora disseminata di ordigni esplosivi. […] In città manca tutto: non ci sono acqua potabile e luce. Né personale a sufficienza per estrarre dalle macerie i cadaveri che sono ancora lì a sei mesi dalla proclamata vittoria.”. Trovate qui l’intero articolo con le foto di Raqqa dopo i bombardamenti.
  • Il tema della bibliografia di quest’anno è “la frontiera”, ed è interessante scoprire cosa al riguardo pensano gli autori dei libri scelti. Dice Gabriele Clima in un’intervista riguardo ai conflitti fra le nazioni (quindi fra le frontiere): “Aprire un dialogo, invece, creare ponti, gettare le basi per un reale scambio di pensiero, mediare, costruire relazioni (non muri), questa è l’unica via.”. Qui potete leggere l’intervista completa all’autore, in cui parla delle ragioni che l’hanno spinto a scrivere il libro e di ciò che voleva comunicare ai lettori, spigando inoltre la scelta del suo finale.
  • Qui trovate un’altra intervista all’autore, più generale, in cui parla delle sue storie, del suo stile narrativo, delle sue ispirazioni… e parla un po’ anche di Continua a camminare: Continua a camminare è raccontato da due personaggi molto diversi l’uno dall’altro che parlano entrambi in prima persona. È un modo per cercare di vedere una stessa realtà – la guerra – da due prospettive differenti, in quel caso addirittura opposte.”.

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ALCUNI LIBRI DELLO STESSO AUTORE:

E tu splendi, di Giuseppe Catozzella

E tu splendi
Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”, è il paesino sulle montagne della Lucania dove Pietro e Nina trascorrono le vacanze con i nonni. Un torrente che non è più un torrente, un’antica torre normanna e un palazzo abbandonato sono i luoghi che accendono la fantasia dei bambini, mentre la vita di ogni giorno scorre apparentemente immutabile tra la piazza, la casa e la bottega dei nonni; intorno, una piccola comunità il cui destino è stato spezzato da zi’ Rocco, proprietario terriero senza scrupoli che ha condannato il paese alla povertà e all’arretratezza. Quell’estate, che per Pietro e Nina è fin dall’inizio diversa dalle altre – sono rimasti senza la mamma –, rischia di spaccare Arigliana, sconvolta dalla scoperta che dentro la torre normanna si nasconde una famiglia di stranieri. Chi sono? Cosa vogliono? Perché non se ne tornano da dove sono venuti? È l’irruzione dell’altro, che scoperchia i meccanismi del rifiuto. Dopo aver catalizzato la rabbia e la paura del paese, però, sono proprio i nuovi arrivati a innescare un cambiamento, che torna a far vibrare la speranza di un Sud in cui si mescolano sogni e tensioni. Un’estate memorabile, che per Pietro si trasforma in un rito di passaggio, doloroso eppure pieno di tenerezza e di allegria: è la sua stessa voce a raccontare come si superano la morte, il tradimento, l’ingiustizia e si diventa grandi conquistando il proprio fragile e ostinato splendore.

Titolo: E tu splendi
Autore: Giuseppe Catozzella
Anno prima edizione: 2018
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Da una parte la frontiera intesa nel senso di migrazione: gli abitanti del piccolo paese del Sud son stati in passato stranieri loro stessi, ma non accettano quelli nuovi. Dall’altra un altro tipo di frontiera: quella che attraverserà il piccolo Pietro nel passaggio all’età adulta, capendo quale sia il percorso giusto da seguire.

LA CITAZIONE:

“Proprio mentre suonava l’ultimo tocco di campana, neanche l’avessero fatto apposta, gli stranieri sono usciti dal portone della chiesa. […]
– È normal’ -, ha detto Refè. – È tal’ e qual’ a nui’… –
Era un po’ deluso.
– E che ti aspettavi? – ha risposto Domenico da sopra al balcone, ma faceva lo spaccone, perché nemmeno lui sapeva cosa aspettarsi, e aveva avuto paura che fossero chissà che. – Mica so’ marzian’. -“

TEMI TRATTATI:

  • rifiuto dell’estraneo
  • famiglia
  • perdita di persone care
  • giustizia

PAROLE CHIAVE:

  • Straniero
  • Romanzo di formazione
  • Vita di paese
  • Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.

L’AUTORE:

Nato nel 1976 a Milano, ma di origini lucane, Giuseppe Catozzella è scrittore e giornalista. Ha collaborato con L’Espresso, Sette, Il Corriere Nazionale, Max, Lo Straniero, milanomafia.com, e anche con la trasmissione televisiva Le Iene. Scrive il suo primo romanzo, Espianti, nel 2008 e nel 2018 esce E tu splendi, ideale terzo romanzo della sua Trilogia dell’Altro, insieme a Il grande futuro e Non dirmi che hai paura. Proprio in seguito alla pubblicazione di quest’ultimo romanzo viene nominato dalle Nazioni Unite Ambasciatore per l’Agenzia ONU per i Rifugiati (Goodwill Ambassador UNHCR), per “aver fatto conoscere in tutto il mondo la storia di una migrante, e attraverso di lei di tutti i migranti”.

Blog ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Il tema della bibliografia di quest’anno è “la frontiera”, ed è importante anche conoscere le opinioni degli autori dei libri scelti al riguardo. In un’intervista, parlando del romanzo Giuseppe Catozzella dice: “Io sono nato a Milano ma ho origini lucane, i miei genitori sono emigrati e mi sono sempre sentito in qualche modo straniero a casa mia, che è una sensazione non sempre bella, anche se può esserti pure utile. Il tema dell’altro, dell’estraneo, del nemico che ti trovi a casa è un tema che sento moltissimo, su cui penso che tornerò ancora in futuro. Se ci pensate, non c’è un momento della storia recente, dal dopoguerra a oggi, in cui questo tema sia stato così attuale: i migranti, i nemici che arrivano da lontano. I miei ultimi tre libri girano tutti attorno a questo tema gigantesco, sia pure da punti di vista diversi. Perché gli stranieri ci fanno così paura? Perché in molti stati europei si è tornati a costruire muri? Per me la questione è semplice e insieme profondissima: lo straniero ti fa ricordare che sei straniero anche tu. Tutti siamo stranieri e migranti, frutto di una catena ininterrotta di migrazioni. Del resto, anche l’anno scorso sono emigrati all’estero più italiani di quanti stranieri siano arrivati da noi: questa cosa però la rimuoviamo, perché ne proviamo vergogna.” E poi: “[…] le migrazioni non si possono fermare: sono persone che scappano da guerre o soffrono la privazione di tutto. Gli uomini si sono sempre mossi e si muoveranno sempre. Siamo vivi perché siamo frutto di incroci e scambi avvenuti nel corso dei secoli, che ci hanno rafforzato. Il nostro DNA è forte proprio perché si è sviluppato attraverso una catena sterminata di persone che sono sopravvissute spostandosi da un luogo all’altro.”.
  • Pietro, il protagonista, ci dice che sia per il padre che per il nonno la vera Bibbia è Cristo si è fermato a Eboli. Scritto da Carlo Levi, il romanzo è il racconto autobiografico del suo esilio al Sud fra il 1935 e il 1936 ordinato dal regime fascista. Levi, come Pietro, compie un lungo viaggio dal Nord (da Torino il primo, da Milano il secondo), ed entrambi giungono fino alla lontana Basilicata (ad Arigliana il primo, ad Aliano il secondo). Nel libro Levi racconta della comunità e delle persone che abitano le strade della cittadina, un mondo molto diverso, fatto di povertà e una morale guidata perlopiù dalle superstizioni, ma un mondo con una sua arcaica dignità.
  • Pietro passa l’estate in compagnia di un libro: si tratta di Centomila gavette di ghiaccio, romanzo di Giulio Bedeschi in cui racconta la ritirata (fra gelo, fame e continui attacchi nemici) dei soldati italiani durante la Campagna di Russia della Seconda guerra mondiale, vissute da lui in prima persona in quanto ufficiale medico.
  • Fra pag. 15 e pag. 16 viene letto un bigliettino scritto dalla madre di Pietro, in questo lei cita una frase di uno dei suoi scrittori preferiti. La frase è “Se davvero volete sognare, svegliatevi.”, ed è tratta da Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac.
  • In questo video Giuseppe Catozzella parla del libro e spiega in maniera approfondita il suo titolo, riflettendo su ciò che voleva comunicare con la sua storia.

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ALCUNI LIBRI DELLO STESSO AUTORE:

Piccole storie di un lontano Oriente, di Stefano Bordiglioni

Piccole storie di un lontano Oriente
Quando circa diecimila anni fa le tribù nomadi cominciarono a coltivare la terra, ebbero naturalmente bisogno di acqua abbondante. Per questo motivo nelle pianure bagnate dai grandi fiumi nacquero grandi città e si svilupparono raffinate civiltà. Il Nilo fu la culla della civiltà egizia, il Tigri e l’Eufrate dei sumeri. Allo stesso modo l’Indo, il Fiume Giallo e il Fiume Azzurro videro nascere la civiltà egiziana e quella cinese.

Titolo: Piccole storie di un lontano Oriente
Autore: Stefano Bordiglioni
Illustrazioni: Stefano Turconi
Anno prima edizione: 2016
Editore: Einaudi Ragazzi

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Torniamo indietro nel tempo e spostiamoci verso quel lontano Oriente, lontano sulle mappe e lontano anche per cultura. Superiamo quindi tre frontiere: quella dello spazio, del tempo e della storia di una civiltà.

LA CITAZIONE:

“Quella gente, che lasciava per sempre le proprie case nella morente città di Mehrgarh, partì con il cuore triste, ma così facendo diffuse nelle regioni circostanti i semi della conoscenza e del progresso.”

TEMI TRATTATI:

  • civiltà antiche
  • storia
  • tradizione e costumi

PAROLE CHIAVE:

  • Valle dell’Indo
  • Cina

L’AUTORE:

Stefano Bordiglioni, nato a Roma nel 1955, oltre che essere scrittore è anche insegnante in una scuola primaria di Forlì e autore di canzoni e programmi televisivi per ragazzi. Ha pubblicato numerosi libri per ragazzi e ricevuto diversi riconoscimenti, fra cui il premio Gianni Rodari – Città di Orvieto e il premio Hans Christian Andersen – Baia delle Favole, dedicato alla letteratura per l’infanzia. Inoltre è un grande viaggiatore, per terra e per mare, o meglio… sotto il mare! Ha infatti un brevetto da istruttore subacqueo.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Il volume si divide in due parti: la prima riguarda le civiltà antiche della Valle dell’Indo (2.500 a.C.~1.800 a.C.), che, spostatesi da Mehrgarh per via di una grave siccità, fiorirono nelle città di Mohenjo Daro e Harappa, che si trovano lungo il Fiume Indo. Qui potete trovare un piccolo approfondimento con riferimenti geografici.
  • Trovate un approfondimento maggiore sulle antiche civiltà della Valle dell’Indo, in particolare della due grandi città di Mohenjo Daro e Harappa, in questi due video didattici: Parte 1 e Parte 2. Si parla delle loro tecniche e tipi di costruzione, delle principali attività economiche, della società, della religione e si possono vedere i resti ad oggi di queste grandi civiltà.
  • Le antiche civiltà della Valle dell’Indo adoravano Shakti, la Dea Madre (che viene citata anche a pag. 30 del libro). È una divinità della fertilità, ed è una figura famigliare anche in Sardegna: sono diverse le statuine di età prenuragica che la riproducono, e anche in questo caso si tratta di una dea della fertilità. Ecco il confronto fra una statuina di Shakti, databile fra il 3.000 a.C. e il 1.000 a.C., e la statuina di una nostra Dea Madre, databile fra il 3.300 a.C. e il 2.700 a.C.
  • Nella storia Il sudore delle rocce, viene citato lo shilajit, una sostanza che si forma nelle rocce che veniva considerata come un rimedio a tutti i mali. Lo shilajit viene tuttora utilizzato come rimedio naturale: secondo alcuni studi ha proprietà rilassanti e digestive, riduce il colesterolo, ed è un aiuto contro allergie e problemi respiratori.
  • Le grandi civiltà della Valle dell’Indo scomparvero intorno al 1.800 a.C., e Bordiglioni, nella storia Il villaggio vuoto, riconduce questo avvenimento all’invasione degli Arii, una popolazione indoeuropea, che spinse queste popolazioni ad emigrare verso est. In realtà le cause dell’abbandono di quelle terre potrebbero essere diverse: si pensa oggi a un grande cambiamento climatico che rese la regione fredda e secca, e a eventi sismici che portarono alla scomparsa di un fiume e al conseguente inaridimento del terreno.
  • La seconda parte del volume è dedicata all’antica civiltà cinese sviluppatesi intorno al Fiume Azzurro e al Fiume Giallo dal 3.000 a.C., qui trovate un piccolo approfondimento.
  • Nella storia L’inventore delle parole, il piccolo Guo si reca dal maestro Wu per imparare l’arte della scrittura cinese. Si tratta di una vera e propria arte giacché in Cina non si usa il nostro classico alfabeto, ma degli ideogrammi, ossia dei simboli grafici che non rappresentano un suono, ma un’idea (infatti Guo dopo aver visto il carattere per “sole” (日) dice che gli ricorda quello vero). Partendo da questa caratteristica della lingua cinese, è nato il progetto Chineasy, che ha creato una serie di schede dove ogni carattere fa da base all’immagine che rappresenta, qui potete sfogliare alcuni esempi.
  • Nelle store La carta di Ts’ai Lun e Il pesce di metallo si parla di due grandi invenzioni cinesi: la carta e la bussola. La carta veniva ricavata da fibre vegetali ottenute triturando la corteccia di gelso, queste fibre venivano poi amalgamate fra loro e lasciate essiccare all’aria. Qui trovate una breve storia della carta.
    Per quanto riguarda la bussola, per molto tempo si era creduto fosse un’invenzione tutta italiana della repubblica marinara di Amalfi risalente al XIII secolo, ma quella fu solo l’evoluzione della bussola per come la conosciamo oggi: fu in Cina che si scoprirono per la prima volta le proprietà della magnetite, sensibile al campo magnetico terrestre, anche se lo strumento non venne mai applicato da loro nel campo della navigazione.
  • Nella storia che conclude il volume, La tartaruga di Cheng, si fa riferimento a due incredibili opere prodotte dall’antica civiltà cinese: sono la Grande Muraglia e l’esercito di terracotta. Trovate qui un piccolo approfondimento.
  • Trovate un approfondimento abbastanza completo sull’antica civiltà cinese in questo video prodotto da un classe delle medie.
  • Stefano Turconi, l’illustratore del volume, è un nome che ritroviamo in altri libri presenti nella bibliografia di quest’anno, ossia in: Piccole storie dell’antica Grecia, Viola Giramondo, Viola Giramondo Vol. 3. La ricerca della felicità, Orlando Curioso e il segreto di Monte Sbuffone e Orlando Curioso e il mistero dei calzini spaiati.

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