Stanotte guardiamo le stelle, di Alì Ehsani

Stanotte guardiamo le stelle
Afghanistan, anni novanta. Ali è un ragazzino che trascorre le giornate tirando calci a un pallone con il suo amico Ahmed, in una Kabul devastata dalla lotta tra fazioni, ma non ancora in mano ai talebani. La città non è sempre stata così, gli racconta suo padre: un tempo c’erano cinema, teatri e divertimenti, ma ad Ali, che non ha mai visto altro, la guerra fa comunque meno paura delle sgridate del maestro o dei rimproveri della madre. Il giorno in cui, di ritorno da scuola, Ali trova un mucchio di macerie al posto della sua casa, quella fragile bolla di felicità si spezza per sempre. Convinto inizialmente di aver solo sbagliato strada, si siede su un muretto e aspetta il fratello maggiore Mohammed, a cui tocca il compito di spiegargli che la casa è stata colpita da un razzo e che i genitori sono morti. Non c’è più niente per loro in Afghanistan, nessun futuro e nessun affetto, ma “noi siamo come uccelli (…) e voleremo lontano”, gli dice Mohammed, che lo convince a scappare. E in quello stesso istante, l’istante in cui inizia il loro grande viaggio, nascosti in mezzo ai bagagli sul portapacchi di un furgone lanciato verso il Pakistan, Mohammed diventa per Ali un padre, il miglior amico e, infine, un eroe disposto a tutto pur di non venire meno alla promessa fattagli alla partenza: Ali tornerà a essere libero e a guardare le stelle, come faceva da bambino quando il padre gli spiegava le costellazioni sul tetto di casa nelle sere d’estate. Dal Pakistan all’Iran, e poi dall’Iran alla Turchia, alla Grecia e infine all’Italia, quella di Ali e Mohammed è un’epopea tragica, ma anche una storia di coraggio, determinazione e ottimismo.

Titolo: Stanotte guardiamo le stelle
Autore: Alì Ehsani con Francesco Casolo
Anno prima edizione: 2016
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Le frontiere che attraversa Alì son tante: quella che ci separa dall’esser insieme, con una famiglia, all’esser soli; quella geografica di tutti i Paesi che attraverserà cercando un posto migliore in cui vivere, e quella che separa le persone di origine diversa: c’è chi rafforza questa frontiera e chi riesce ad andare oltre.

LA CITAZIONE:

“Chi parla degli emigrati usa spesso la parola ‘disperati’, ma quello che invece penso oggi, a Roma, nella mia vita italiana, è che non c’è niente di più simile alla speranza nel decidere di emigrare: speranza di arrivare da qualche parte migliore, speranza di farcela, speranza di sopravvivere, di tenere duro, speranza di un lieto fine come al cinema. Penso che sia normale che ogni essere umano cerchi disperatamente di migliorare la propria condizione e in alcuni casi muoversi è l’unico modo per farlo.”

TEMI TRATTATI:

  • emigrazione
  • fuga dalla guerra
  • famiglia
  • sopravvivenza
  • accoglienza

PAROLE CHIAVE:

  • La “speranza nel decidere di emigrare”
  • Guerra in Afghanistan
  • Campi di prigionia
  • Centri di accoglienza

L’AUTORE:

Alì Ehsani nasce a Kabul nel 1989, a 8 anni perde i genitori e la casa, e inizia con il fratello Mohammed il lungo viaggio, raccontato in questo libro, che lo porterà in Italia a 13 anni. Vive a Roma dal 2003, e nel 2015 ha conseguito la laurea triennale in Giurisprudenza.

APPROFONDIMENTI:

  • La storia di Alì inizia quando a 8 anni torna a casa, ma non la trova: le bombe l’hanno spazzata via. Perché c’è la guerra in Afghanistan, cosa stava succedendo? Il territorio, dopo esser stato nelle mani dell’Unione Sovietica dal ’79, dopo diverse lotte riacquista l’indipendenza nell’88, ma la guerra continua e diventa interna: si formano due schieramenti, quello dei mujaheddin che avevano già combattuto contro l’invasione sovietica, e i talebani. Questi ultimi sono un gruppo estremista islamico nato all’interno delle scuole coraniche (“talebano” significa infatti “studente”), ed è durante le loro lotte di conquista di tutto il territorio afghano che inizia il triste viaggio di Alì. Quando saliranno al potere imporranno su tutto il territorio un regime teocratico basato sul rigido rispetto delle leggi coraniche e il loro nome verrà poi associato all’organizzazione terroristica di al Qaeda e al suo capo, Osama Bin Laden. Il regime talebano cade ufficialmente nel 2001, in seguito all’intervento militare degli Stati Uniti post 11 settembre, ma la loro attività terroristica continua ancora ai giorni nostri. Qui potete trovare un approfondimento sulla recente storia dell’Afghanistan, qui un documentario sull’Afghanistan prodotto da Rai Storia, e qui un approfondimento sulla situazione attuale del Paese.
  • “Penso a una frase che ho sentito una volta che dice che secondo i talebani l’Afghanistan è per i Pashtun e basta. I tagiki, dicono i talebani, devono stare in Tagikistan; i turkmeni in Turkmenistan… e così via fino agli ultimi degli ultimi, gli hazara, che invece, sempre secondo i talebani, devono stare al cimitero.” (pag. 33) Chi sono i pashtun e chi gli hazara? In Afghanistan convivono diverse etnie, ognuna con una sua lingua e una sua organizzazione sociale: i pashtun sono quella maggioritaria, di religione islamica sunnita, poi ci sono i tagiki, i turkmeni (l’etnia di Alì), gli uzbeki, i kirghizi, i baluci, i nur, gli aimaq e infine gli hazara. Questi sono quelli che per i talebani (di etnia pashtun) “devono stare al cimitero”. Perché? Gli hazara, islamici sciiti, nei secoli scorsi rappresentavano la maggioranza della popolazione afghana, poi all’inizio del Novecento salì al potere una tribù pashtun, quindi sunnita, e da quel momento iniziarono le persecuzioni nei loro confronti (per capire la differenza fra musulmani sunniti e sciiti, qui). Quello nei confronti degli hazara è stato un vero e proprio genocidio, e nonostante oggi vengano loro riconosciuti gli stessi diritti delle altre etnie, sono ancora oggetto di persecuzioni. (Per approfondire, qui)
  • A pag. 103 si fa riferimento ad una guerra contro Saddam: è la guerra fra Iran e Iraq combattuta fra il 1980 e il 1988. Nell’estate del 1980 Saddam Hussein, il dittatore iracheno, invase l’Iran per conquistare nuovi territori ricchi di petrolio e destabilizzare la teocrazia iraniana, obiettivi che però non riuscì a raggiungere. La guerra finì con l’intervento dell’ONU, e Saddam Hussein successivamente fece accordi con l’Iran per garantirsi la sua neutralità in un altro scontro che stava preparando: l’invasione del Kuwait che tre anni dopo avrebbe portato alla Prima guerra del Golfo. (Qui un approfondimento sul conflitto.)
  • Fuggiti dall’Afghanistan, Alì e suo fratello restano per qualche tempo in Iran, e qui continua la discriminazione nei loro confronti: in Afghanistan venivano discriminati dai pashtun in quanto turkmeni, in Iran vengono discriminati in quanto afghani, non hanno diritti civili e nessuna possibilità di averli. Per capire il difficile rapporto fra Afghanistan e Iran, e lo stato dei rifugiati afghani, potete leggere questo breve articolo.
  • Potete vedere l’intero percorso con le varie tappe del lungo viaggio di Alì verso l’Italia qui.
  • Potete vedere una breve intervista di Alì Ehsani in cui racconta della nascita del libro e la condivisione della sua esperienza qui.
  • Stanotte guardiamo le stelle è scritto in collaborazione con Francesco Casolo, docente di Storia del Cinema presso l’Istituto Europeo di Design, ma anche editor e scrittore. Nel 2012 ha scritto e diretto il documentario I resilienti, reportage dal Cairo sulla Primavera araba, presentato al Beirut Film Festival. Qui potete trovare il video di un incontro con il pubblico da parte di entrambi gli autori.

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L’ultimo elfo, di Silvana De Mari

L'ultimo elfo
In una landa desolata, annegata da una pioggia torrenziale, l’ultimo Elfo trascina la propria disperazione per la sua gente. Lo salveranno due umani che nulla sanno dei movimenti degli astri e della storia, però conoscono la misericordia, e salvando lui salveranno il mondo. L’Elfo capirà che solo unendosi a esseri diversi da sé – meno magici ma più resistenti alla vita – non soltanto sopravviverà, ma diffonderà sulla Terra la luce della fantasia.

Titolo: L’ultimo elfo
Autrice: Silvana De Mari
Illustratore: Gianni De Conno
Anno prima edizione: 2004
Editore: Salani

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Spesso le credenze, i pregiudizi ergono nella nostra mente dei muri di sospetto e di odio. Far crollare questi muri e cercar sempre la verità e il dialogo, questo è superare la frontiera.

LA CITAZIONE:

“Pensò che non c’erano più draghi, perché la solitudine li aveva estinti.
Pensò che non si può vivere secolo dopo secolo, a covarsi la propria magnificenza e solitudine.
Pensò che l’importante non sono le cose, ma il senso che noi diamo alle cose.
Prima o poi la morte attende tutti. Più importante del rimandare la morte è darle un senso.”

TEMI TRATTATI:

  • solitudine
  • amicizia
  • dialogo fra mondi diversi
  • pregiudizi e stereotipi

PAROLE CHIAVE:

  • “Muri di estraneità e incomprensioni”
  • Profezia
  • Mondo post apocalittico

L’AUTRICE:

Silvana De Mari, classe 1953, prima di approdare nel mondo della letteratura per ragazzi, era medico chirurgo, e ha esercitato in Italia e in Etiopia. Nel 2000 la Salani pubblica il suo primo libro, L’ultima stella a destra della luna, ma in realtà lei scrive storie sin dalla giovane età: l’ispirazione alla scrittura è giunta a 16 anni, dopo la visione del film Brancaleone alle Crociate.

APPROFONDIMENTI:

  • In un’intervista, alla domanda che chiedeva come fosse nata l’idea per L’ultimo elfo, la De Mari risponde con queste parole: “Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste. Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. […] Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi complicate storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano. E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito?
    Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano.
    Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare, e che un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi. Mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di sterminio sul suolo italiano. La Risiera non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più indicibile. L’idea dell’ultimo elfo nasce dall’orrore del genocidio.
  • Nonostante il mondo de L’ultimo elfo sia senza ombra di dubbio un mondo fantasy, non mancano i riferimenti alla scienza: dall’astronomia alla biologia, passando per diversi altri campi del sapere.
  • Spesso nella storia Yorsh, il nostro ultimo elfo, si trova davanti a testi scritti nella lingua della terza dinastia runica: questa lingua è il latino.
  • Le illustrazioni del libro sono di un grandissimo illustratore italiano: Gianni De Conno. Se siete curiosi di scoprire altri suoi lavori, potete visitare e sfogliare il suo portfolio nel suo sito ufficiale, qui.
  • L’ultimo elfo ha vinto diversi premi, in Italia e all’estero: nel 2005 il 48° Premio Bancarellino e il Premio Andersen, nel 2006 in Francia il Prix Imaginales e nel 2007 negli Stati Uniti d’America la menzione d’onore per il premio Mildred L. Batchelder per i migliori libri per l’infanzia tradotti in lingua inglese.
  • L’ultimo elfo fa parte di una serie di libri: ci sono quattro sequel (L’ultimo orco, Gli ultimi incantesimi, L’ultima profezia del mondo degli uomini e L’ultima profezia del mondo degli uomini: L’epilogo) e due prequel (Io mi chiamo Yorsh e Arduin il Rinnegato).

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Il giorno che venne la guerra, di Nicola Davies e Rebecca Cobb

Il giorno che venne la guerra
Questa è la storia vera di una bambina che fugge dalla guerra nel suo paese. Arrivata in Europa il suo sogno è quello di andare a scuola, ma viene respinta da tutti, fino a quando saranno proprio i bambini della scuola, che con un gesto troveranno il modo di farla studiare insieme a loro.

Titolo: Il giorno che venne la guerra
Autrice: Nicola Davies
Illustrazioni: Rebecca Cobb
Traduzione: Marinella Barigazzi
Anno prima edizione: 2018
Editore: Nord-Sud

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

La piccola protagonista del libro sembra lontana da noi, sembra venire da una frontiera diversa, eppure lei è una bambina normale che viveva in un paese normale… finché non è arrivata la guerra. Per colpa della guerra è rimasta sola, ed è dovuta scappare alla ricerca di un posto dove la guerra non c’è. Eppure trova la guerra anche dove in teoria non ci dovrebbe essere, e la trova nelle porte chiuse in faccia, negli sguardi ostili delle persone. Eppure basterebbe poco per infrangere quella frontiera inesistente che alcune persone creano, anche un piccolo gesto, anche prestare una sedia.

LA CITAZIONE:

“Ma la guerra mi aveva seguita.
[…] Camminai e camminai per cercare di scacciarla,
per trovare un posto dove non fosse arrivata.
Ma la ritrovavo per strada, quando mi chiudevano in faccia le porte.
La ritrovavo nella gente che non mi sorrideva e mi voltava le spalle.”

TEMI TRATTATI:

  • scappare dalla guerra
  • rimanere soli
  • affrontare un viaggio pericoloso
  • solidarietà

PAROLE CHIAVE:

  • Prestare una sedia

L’AUTRICE:

Nicola Davies è nata nel 1958 e vive nel Somerset, in Inghilterra. Dopo la laurea in zoologia, ha continuato a studiare gli animali, osservandoli nel loro habitat. Ha lavorato per dieci anni nella sezione di storia naturale (Natural history unit) della BBC, prima come ricercatrice e poi come presentatrice del programma The really wild show. Ha collaborato con quotidiani e riviste e, verso i trent’anni, ha iniziato a scrivere libri per ragazzi: il suo primo volume, Big blue whale (Walker Books), ha vinto numerosi premi.

Sito ufficiale.

APPROFONDIMENTI:

  • Nicola Davies scrisse questo piccolo poema in seguito alla decisione del suo paese (l’Inghilterra) di non accettare di accogliere 3.000 bambini rimasti soli, figli di rifugiati. Prima di questo episodio, la coscienza dell’autrice già ribolliva per un altro motivo: aveva sentito la storia di una bambina che era andata in una scuola vicino al campo dei rifugiati in cui stava, e a cui era stato negato l’accesso perché, dicevano, non c’erano sedie libere. Allora la bambina riprovò ad andare il giorno dopo, portando con sé una sedia, sebbene rotta. Questo è l’articolo in cui l’autrice racconta questi episodi, nella sua lingua, l’inglese.
  • In seguito alla pubblicazione del libro, l’autrice ha lanciato una campagna su twitter, dal nome “3000chairs”, ossia “3.000 sedie”: persone da tutto il mondo, colpite dalla decisione di non concedere il diritto di asilo ai 3.000 bambini siriani, hanno espresso i loro sentimenti disegnando una sedia per quei bambini. Qui potete trovare la raccolta di alcuni di questi disegni… perché non disegnate anche voi una sedia per uno di questi bambini?
  • Nel suo blog, riguardo ai 3.000 bambini siriani a cui era stato vietato l’ingresso nel suo Paese, l’autrice scrive: “In an ideal world there wouldn’t be children without parents. In an ideal world hospitals wouldn’t be bombed because they looked a bit like something else. In an ideal world everything would be sweet and smooth and we could all afford to be as selfish as we liked and it wouldn’t matter.But it isn’t. Its messy and unpredictable, and no matter how much time we spend moaning about how bloody inconvenient that is it won’t change. We can’t change the cards we are dealt, but we can change how we play them. […] The sickening shamefulness of this got to me so much on Thursday that I put aside all the other things I was supposed to be doing and wrote in the genre I can do best, a picture book text – though obviously without the pictures.“.
    Traduzione: “In un mondo ideale non esisterebbero bambini senza genitori. In un mondo ideale gli ospedali non verrebbero bombardati perché assomigliano un po’ a qualcosa di diverso. In un mondo ideale ogni cosa sarebbe bella e facile e noi potremmo permetterci di essere egoisti quanto vogliamo e non ci sarebbero conseguenze. Ma non è così. (Il mondo) è caotico e imprevedibile, e non importa quanto tempo spendiamo a lamentarci di quanto sia incredibilmente problematico, non cambierà. Non possiamo cambiare le carte in tavola, ma possiamo cambiare il modo in cui le giochiamo. […] La nauseante vergogna per tutto ciò mi ha colpito così tanto giovedì che ho messo da parte tutte le altre cose che avrei dovuto fare e ho scritto nel genere in cui riesco meglio, un libro illustrato – anche se ovviamente senza le immagini.”.
  • In questo video potete ascoltare l’autrice, Nicola Davies, leggere Il giorno che venne la guerra (The Day the War Came), nella sua lingua.
  • Le illustrazioni del libro sono di Rebecca Cobb, artista inglese che si è dedicata particolarmente ai libri per bambini. Qui trovate il suo sito ufficiale, e qui altri suoi lavori.

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Nello spazio con Samantha, di Samantha Cristoforetti, Stefano Sandrelli

Nello spazio con Samantha
Samantha Cristoforetti racconta la sua straordinaria esperienza: passare circa duecento giorni nello spazio a bordo della Stazione spaziale internazionale, la più grande navicella spaziale mai costruita dall’uomo. Come si è preparata a una missione così importante, com’è diventata astronauta, com’è fatta la Stazione spaziale e da chi è composto l’equipaggio? Il racconto diventa poi cronaca quotidiana della sua vita nello spazio: quando si è in orbita come si fa a dormire, lavarsi, passeggiare? Perché sembra che si voli? Che effetto fa vedere la Terra da lontano e quali esperimenti scientifici si possono fare in assenza di gravità? Samantha ne parla con Anna, una ragazzina che ha vinto un concorso indetto dall’Agenzia spaziale europea e ha la possibilità di incontrarla prima della partenza, di scriverle delle mail durante la missione e di rivederla al suo ritorno. Tra esperimenti, quinoa e pesci fluttuanti, canzoni e tecnologia iperavanzata, osservazioni della Terra e delicati stati d’animo, Anna e i lettori ascolteranno dalla voce di Samantha la più incredibile delle avventure: andare nello spazio.

Titolo: Nello spazio con Samantha
Autori: Samantha Cristoforetti e Stefano Sandrelli
Illustrazioni: Alessandro Baronciani
Anno prima edizione: 2016
Editore: Feltrinelli

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Samantha supera la frontiera più grande di tutte, per capire alla fine che, dopotutto, le frontiere non esistono: “E pensavo anche che era strano essere di nuovo sul pianeta, dopo aver visto tutto dall’alto. Che ero ricaduta dentro i confini di una nazione, dopo aver visto che, dallo spazio, confini non ce ne sono proprio.”.

LA CITAZIONE:

“Quando si ammira la Terra dallo spazio, la fragilità del nostro pianeta e la sua immensa bellezza ti colpiscono. Allo stesso modo, appare evidente che non ci sono confini fra le nazioni e che siamo un unico grande equipaggio di oltre 7 miliardi di persone, che vivono su una straordinaria astronave.
[…] Dobbiamo sempre cercare di percepirci in questo modo: gli abitanti di un’unica casa. E occorre imparare a prenderci cura gli uni degli altri.”

TEMI TRATTATI:

  • viaggio nello spazio
  • vita all’interno della ISS

PAROLE CHIAVE:

  • Missione Futura
  • E-mail intergalattiche

GLI AUTORI:

Di Samantha Cristoforetti trovate già un’approfondita biografia all’interno del volume, qui diciamo soltanto che è nata a Milano il 26 aprile del 1977 e che ora è capitano dell’aeronautica militare e astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Uno dei suoi libri preferiti è Guida Galattica per gli autostoppisti e con la missione Futura è rimasta nello spazio per 200 giorni.

Stefano Sandrelli, co-autore del libro, nasce nel 1967 a Piombino, è astrofisico e lavora a Milano per l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Collabora con l’ESA, per cui cura anche il notiziario televisivo settimanale Spacelab trasmesso da Rainews, e si occupa di didattica e divulgazione.

APPROFONDIMENTI:

  • Il libro si basa sullo scambio di e-mail fra Samantha e due bambini: i fratelli Anna e Luca. Questi dialoghi e i due fratelli sono immaginari, un escamotage narrativo, ma oltre a Samantha c’è un altro personaggio “vero”: l’astrofisica zia Camilla, che è un po’ la voce dell’altro autore del libro, Stefano Sandrelli, anche lui appunto astrofisico.
  • Samantha durante il suo “soggiorno” presso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) ha tenuto un diario di bordo: lo potete trovare qui nella sua interezza, su Avamposto42, il blog dedicato a Samantha e alla missione Futura scritto da lei e da altri autori, fra cui lo stesso Stefano Sandrelli.
  • Nel libro Samantha ci racconta in prima persona l’esperienza del lancio, dell’arrivo alla ISS e del ritorno sulla Terra, ma è tutto documentato anche per immagini e video: qui potete vedere i momenti salienti del lancio della Soyuz, qui l’arrivo alla Stazione Spaziale Internazionale e qui i momenti salienti dell’atterraggio in Kazakistan.
  • Per Avamposto42 Samantha ha fatto diversi piccoli vlog (video blog) in cui ci presenta diversi momenti della vita degli astronauti nello spazio: i pasti (molti dello chef Stefano Polato, come racconta a pag. 130), gli spuntini, il taglio dei capelli, gli allenamenti (di cui parla a pag. 58) l’igiene personale (di cui parla a pag. 62), il bagno, e altri momenti della loro quotidianità.
  • Nel libro Samantha parla spesso di esperimenti e macchinari da testare in orbita (come l’ISSpresso, la stampante 3D e il Cytospace), tutti “made in Italy”: ne trovate un elenco completo in questo articolo.
  • Nel libro si parla della Cupola dell’ISS, “l’ambiente in cui si può vedere la Terra da ben sette finestre. Uno spettacolo unico” (pag. 16). In questo video potete vedere gran parte delle foto alla Terra fatte da Samantha proprio in quella cupola. Qui invece potete vedere la cupola dall’esterno.
  • A pag. 36 e a pag. 108 si parla delle diverse tutte spaziali: la prima, la Sokol, viene usata nei viaggi nelle Soyuz, le altre due, la EMU americana e la Orlan russa, per gli EVA (Extra Vehicular Activity), che possiamo definire romanticamente “passeggiate spaziali”. Se cercate un approfondimento sul funzionamento delle tute, sul perché siano necessarie, come funzionino e l’elenco dei loro componenti, trovate tutto in questo articolo che analizza in particolare la EMU. Qui invece potete leggere un articolo sul futuro delle tute spaziali.
  • A pag. 80 si fa riferimento ad aziende private che costruiscono veicoli senza equipaggio che viaggiano per lo spazio, i cargo, e in particolare si fa riferimento a SpaceX. Questa è la società fondata da Elon Musk, già fondatore delle auto Tesla, di cui da poco ha mandato un esemplare nello spazio. Sì, avete letto bene.
  • Se siete interessati a fare un giro turistico all’interno della Stazione Spaziale Internazionale, potete farvi guidare da Luca Parmitano, astronauta citato anche nel libro che è stato sulla ISS in una missione precedente a quella di Samantha (Volare, Expedition 36/37): qui il video.
  • La Stazione Spaziale Internazionale (ISS) è visibile anche ad occhio nudo! Nel sito della NASA sono indicate tutte le occasioni di avvistamento giorno per giorno in ogni parte del mondo, ecco quelle di Carbonia!
  • In questa puntata di Radio3 Scienza la conduttrice Rossella Panarese intervista Samantha Cristoforetti e Stefano Sandrelli: si parla del loro libro, dell’esperienza di Samantha e dei suoi progetti futuri.
  • In questo video si può vedere parte della presentazione del volume al Salone del libro di Torino nel 2016: Samantha parla del suo intento nel scrivere il libro, del messaggio che voleva comunicare e del suo lavoro.
  • Nel 2016 è uscito al cinema un documentario dal titolo Astrosamantha – La donna dei record nello spazio, che racconta i 200 giorni dell’aeronauta sulla ISS, ma anche tutto il periodo precedente di preparazione e addestramento. Qui potete vedere il trailer.
  • Il libro è ricco di citazioni e riferimenti alla Guida Galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams… dopotutto si tratta della 42esima missione di lunga durata verso la Stazione Spaziale Internazionale, e, se avete letto questo libro o la Guida galattica, sapete che il numero 42 è molto importante, anzi, fondamentale. Anche la NASA ha riconosciuto questo legame, infatti uno dei poster dedicati alla missione è una vera a propria citazione al libro di Adams.
  • In questo video potete ascoltare Samantha recitare… le rime di una filastrocca di Gianni Rodari! L’autore è anche presente nella bibliografia di quest’anno con la raccolta di racconti Viaggio in Italia.
  • Il volume è illustrato da Alessandro Baronciani, che ritroviamo anche in un altro libro presente nella bibliografia di quest’anno, Il tuo nome è coraggio di Aquilino. Baronciani oltre ad essere un illustratore è anche fumettista e musicista. Qui trovate il suo blog con l’elenco delle sue opere.

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Il tuo nome è coraggio, di Aquilino

Il tuo nome è coraggio
Asad e Zarah sono due fratelli come tanti, ma il loro papà è un personaggio scomodo: sta facendo di tutto per denunciare i trafficanti di uomini che, in condizioni disumane, trasportano i migranti fuori dall’Africa. Dopo un attacco da parte dei criminali Asad finisce in un istituto, mentre Zarah, convinta di essere ormai sola al mondo, si imbarca con i migranti e raggiunge l’Italia. I due bambini iniziano a costruirsi nuove vite. Ma sono vite sospese. Presto il passato verrà a bussare alla loro porta e i loro destini torneranno a incrociarsi…

Titolo: Il tuo nome è coraggio
Autore: Aquilino
Illustrazioni: Alessandro Baronciani
Anno prima edizione: 2018
Editore: Einaudi

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Nella vita possiamo trovarci davanti a ingiustizie e soprusi: attraversare la frontiera vuol dire anche avere il coraggio di lottare contro queste situazioni, ed è ciò che decide di fare il padre di Asad e Zarah, il che porterà loro ad attraversare altre frontiere…

LA CITAZIONE:

“La vita ci strazia con le cose brutte. Ma se le affrontiamo sa anche offrirci le gioie più grandi.
Il nostro nome è coraggio.”

TEMI TRATTATI:

  • famiglia
  • sopravvivenza
  • fuga
  • accoglienza

PAROLE CHIAVE:

  • Trafficanti di esseri umani
  • Centri di accoglienza

L’AUTORE:

Aquilino Salvadore (ma pubblica solo col nome Aquilino) è nato a Tradate, in provincia di Varese. Insegnante fino al 2006, dal 1984 al 1994 ha condotto, con Benedetta Bonacina, “La bottega dei ragazzi”, luogo di animazione e di sostegno psicologico, che si è sempre più caratterizzata come compagnia teatrale. Scrive libri per ragazzi e per adulti. Conduce laboratori di teatro, ed è direttore artistico dell’associazione di teatro “Tecneke”.

Sito ufficiale e blog personale.

APPROFONDIMENTI:

  • Il libro si apre con il grande atto di coraggio del padre di Asad e Zarah: quello di denunciare i trafficanti di esseri umani che operano nel Nord Africa (“- Conosciamo la situazione del Paese. Violenza e disordine dilagano, ma a sentir lei sembra che tutto sia nelle mani di organizzazioni militari… – Ecco, ha detto bene, – lo interrompe Osman, esasperato. – Organizzazioni criminali potenti, quasi intoccabili. S’impadroniscono di tutte le imbarcazioni per il traffico dei migranti.”). In questo articolo trovate un approfondimento su questo fenomeno, sulle vittime più comuni (“Il rapporto conferma che i gruppi maggiormente a rischio sono quelli più vulnerabili, in particolare coloro che fuggono dalle guerre o dalle persecuzioni.”), e sulla situazione degli arresti (“E benché le condanne risultino in aumento, ‘esse sono ancora estremamente basse in rapporto al numero di crimini commessi – spiega il documento -. La realtà è che i trafficanti non rischiano quasi mai di trovarsi di fronte alla giustizia’.”).
  • Baba, l’uomo che aiuta Salem prima, e il giovane Asad dopo, è un emissario della Frontex, l’Agenzia europea della Guardia Costiera: “Ho l’incarico di assistere e proteggere tuo padre. Inutile raccontarti i dettagli.”. Ma per chi questi dettagli li volesse, si può dire che la Frontex aiuta i paesi membri dell’Unione Europea nella gestione delle frontiere esterne, contribuisce ad armonizzare i controlli, agevola la collaborazione tra le autorità di frontiera dei singoli paesi e mette a disposizione gruppi di intervento rapido in situazioni eccezionali e urgenti. Qui potete trovare la lista completa delle funzioni dell’agenzia.
  • Il viaggio che affronta la piccola Zarah è lo stesso che compiono molti altri migranti: prima il mare, poi gli hotspot e i vari centri di accoglienza. In questa infografica si possono vedere i vari passaggi, non resta che spiegare i nomi e le sigle.
    Gli hotspot sono centri dove vengono raccolti i migranti al momento del loro arrivo in Italia. Qui ricevono le prime cure mediche, vengono sottoposti a screening sanitario, vengono identificati e fotosegnalati e possono richiedere la protezione internazionale.
    Coloro i quali non fanno domanda di asilo politico, vengono condotti nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio), ex CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione). I CPR sono centri dove vengono rinchiusi coloro che hanno ricevuto procedimenti di espulsione e devono essere rimpatriati.
    I migranti che fanno domanda di asilo invece vengono trasferiti (in teoria entro 48 ore) nei centri di prima accoglienza, dove vengono trattenuti il tempo necessario per individuare una soluzione nella seconda accoglienza.
    Prima della nuova legge del 2018, una volta transitati dagli hotspot e dai centri di prima accoglienza, i richiedenti asilo venivano assegnati alla seconda accoglienza, entrando a far parte del programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) in cui era entrata anche Zarah: questo sistema aveva l’obiettivo di curare un’integrazione a 360° nella comunità locale, da realizzarsi attraverso attività di inclusione sociale, scolastica, lavorativa, culturale. Ora non è più così. I richiedenti asilo rimangono nella prima accoglienza, finendo o nei CAS (Centri di accoglienza straordinaria), o nei centri di prima accoglienza. Il programma SPRAR invece ora è stato ribattezzato Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati. Come si intuisce dal nuovo nome, i richiedenti asilo sono appunto esclusi dal nuovo sistema di protezione, che si rivolge solo a coloro che hanno già ottenuto una risposta positiva alla domanda di asilo (status di rifugiato o protezione sussidiaria) e ai minori stranieri non accompagnati. (Fonte)
  • A pag. 116 Asad e Baba fanno tappa in un centro di raccolta di pomodori: qua vedono a lavoro diversi immigrati, alcuni probabilmente clandestini. Purtroppo alcune aziende approfittano della situazione per sfruttare al massimo il lavoro di queste persone, lavoro spesso talmente sottopagato che diventa nei fatti schiavitù. In questo articolo del 2015 trovate un approfondimento su questa triste “campagna dello sfruttamento”.
  • Nel suo blog personale, l’autore parla della nascita de Il tuo nome è coraggio, ecco cosa dice: “Data la mia recente esperienza con i migranti (piccolo spettacolo ‘Uomini’), voglio un romanzo in tema che riguardi un bambino. La prima versione s’intitola ‘Il destino di un bambino’. Interessa Raffaello, ma l’editore vuole che lo porti ad almeno centomila caratteri e che cambi molto cose. Rispondo che si tratta di un esperimento: un testo breve e incisivo, con ritmo e montaggio da serie televisiva. Tuttavia, poco dopo m’incuriosisce verificare se posso trarne qualcos’altro. Lo riscrivo con il titolo ‘Il tuo nome è coraggio’. Aggiungo una sorellina al protagonista, approfondisco i caratteri e gli ambienti, do maggiore respiro alla vicenda.” (Fonte).
  • La copertina e le immagini presenti ad ogni inizio capitolo sono di Alessandro Baronciani, che ritroviamo anche in un altro libro presente nella bibliografia di quest’anno: Nello spazio con Samantha di Samantha Cristoforetti e Stefano Sandrelli. Baronciani oltre ad essere un illustratore è anche fumettista e musicista. Qui trovate il suo blog con l’elenco delle sue opere.

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ALCUNI LIBRI DELLO STESSO AUTORE:

Le cicogne nere. Hidma. La mia fuga, di Abdelfetah Mohamed

Le cicogne nere
La cicogna nera è un uccello che vive spostandosi tra l’Europa e l’Africa. Hidma, in lingua tigrina, significa “fuga”. I due termini segnano il parallelismo tra i volatili che migrano verso l’Africa e gli uomini che invece l’abbandonano nella speranza di poter avere nuove opportunità di vita. Abdel ripercorre la sua fuga, iniziata insieme alla famiglia nel campo profughi di Wadsharifi, e i ricordi dei genitori e dei fratelli. Gli anni in Eritrea, il passaggio dal Sudan e infine la Libia. Un percorso di ricerca dell’identità, tra esili, prigionie e il lavoro nei campi di cotone, fino all’arrivo in Italia e il viaggio a ritroso da Nord a Sud. Una narrazione di rara intensità conduce il lettore al fianco di Abdel, per accompagnarlo nel suo cammino ostacolato dalle contraddizioni dell’esistenza.

Titolo: Le cicogne nere. Hidma. La mia fuga
Autore: Abdelfetah Mohamed con Saul Caia
Anno prima edizione: 2017
Editore: Istos Edizioni

LA “FRONTIERA” PERCHÉ:

Per molti la frontiera è quel mare che li porta lontano da guerre e sofferenza… è un mare che porta speranza, la promessa di un futuro che sembrava impossibile.

LA CITAZIONE:

“Chi decide di fuggire dalla guerra o dalla povertà si lascia tutto alle spalle scappando per continuare a vivere, a prescindere da tutto.

TEMI TRATTATI:

  • immigrazione
  • accoglienza
  • traffico umano
  • fuga dalla guerra
  • storia contemporanea dell’Eritrea

PAROLE CHIAVE:

  • “Hidma” (fuga)
  • Centri di accoglienza in Italia
  • Guerra Etiopia-Eritrea

L’AUTORE:

Abdelfetah Mohamed nasce in un campo profugo in Sudan vicino al confine dell’Eritrea, se volete una data di nascita precisa, lui non la sa, ma se per voi è importante, allora il 26 dicembre 1981 (“sono le prime parole che mi escono dalla bocca, ricordando il giorno della mia libertà, quando ero fuggito dal campo militare in Eritrea dove ero tenuto prigioniero; il mese di dicembre è quello in cui è nata mia figlia, mentre il 1981 è l’anno dell’elezione del presidente statunitense Reagan.”). La sua vita è fra le pagine di questo libro, dove ci racconta il suo viaggio verso l’Europa, attraverso l’Eritrea, il Sudan e la Libia. Ora lavora in Italia come mediatore culturale e partecipa alle operazioni di recupero di migranti nel Mediterraneo sulle navi delle Organizzazioni non governative.

APPROFONDIMENTI:

  • Abdelfetah racconta di esser nato negli anni Ottanta in un campo di rifugiati vicino al confine fra il Sudan e l’Eritrea, patria dei genitori, ma da cui son dovuti scappare a causa della guerra che imperversava nel paese: in quegli anni infatti era ancora in corso la lotta dell’Eritrea per l’indipendenza dall’Etiopia di cui era provincia, indipendenza che conquisteranno solo all’inizio degli anni Novanta (come racconta Abdel a pag. 50). Ma la pace non era destinata a durare: nel 1998 l’Etiopia invade la città di Badme reclamandola come propria e da questo momento ha inizio una guerra che porterà alla morte di un numero impressionante di persone. Il conflitto si conclude sulla carta nel 2000, ma le tensioni e gli attacchi andranno avanti ancora per molti anni, fino all’estate del 2018 che vedrà un un accordo di pace fra il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il dittatore eritreo Isaias Afewerki. Qui potete trovare maggiori informazioni sulla storia del conflitto fra Eritrea ed Etiopia, con un approfondimento delle conseguenze della guerra.
  • Nel capitolo La notte della libertà (pag. 50-52), Abdel racconta la delusione del padre dopo l’iniziale gioia per la conquista dell’indipendenza da parte dell’Eritrea. L’indipendenza non portò quella pace per cui molti avevano lottato, infatti il nuovo Governo adottò subito una politica di repressione: vennero negati i diritti civili ai cittadini e soppresso ogni partito di opposizione. E venne cambiata la bandiera che tanti combattenti per la libertà facevano sventolare durante la lotta per l’indipendenza: anche solo il possederla era diventato un reato per il nuovo Governo. Ne venne elaborata una nuova con più colori, rappresentanti la giustizia, l’uguaglianza, l’unità, la pace e il progresso… promesse che non vennero mantenute. Qui potete vedere il passaggio delle bandiere negli anni.
  • Ad un certo punto della storia Abdel racconta della sua prigionia in Eritrea: cos’è successo? L’Eritrea post indipendenza era diventata una dittatura, e Abdel, come molti altri, aveva provato a ribellarsi e aveva rifiutato il servizio militare obbligatorio a tempo indefinito (uno dei tanti motivi che spinge ancora oggi gli eritrei alla fuga).
  • A pag. 127 Abdel fa riferimento ad una strage avvenuta a Lampedusa nel 2013: si tratta del naufragio di un barcone che portò alla morte di 368 migranti. Trovate in questo articolo i fatti completi di quella giornata, con le conseguenze politiche della strage.
  • Il viaggio di Abdelfetah verso la sua nuova vita ha una tappa obbligatoria: le mezra in Libia. “Mezra” in arabo significa “magazzino”, ed è di questo che si tratta: di magazzini dove i trafficanti rinchiudono le persone paganti in attesa di compiere il viaggio in mare. Trovate un approfondimento sulla realtà dei mezra in questo articolo.
  • Da piccolo Abdel scappa di casa e va a lavorare nei campi di cotone, nel campo 9. Questo, spiega, “è stato fondato nel 1900; i colonizzatori italiani sentivano una responsabilità morale nei confronti del popolo eritreo, per questo hanno creato il progetto.”. L’Eritrea è infatti la prima colonia italiana, costituita dopo l’acquisto da parte del governo italiano (1882) della baia di Assab, sul mar Rosso, dalla Società Rubattino che, a sua volta, l’aveva acquistata dieci anni prima da sultani locali. Il 1° gennaio 1890, il governo italiano, dopo avere rilevato la proprietà di tutte le zone acquistate, decise di fare ordine con un Regio Decreto in cui, all’articolo 1, era scritto: «I possedimenti italiani del Mar Rosso sono costituiti in una sola colonia col nome di Eritrea» Il nome “Eritrea” viene dal greco ἐρυθρός, “rosso” appunto. Qui trovate un approfondimento della storia coloniale italiana in Africa.
  • Una volta arrivato in Italia, Abdel viene portato in un centro di prima accoglienza, e poi, in seguito ad una sua protesta per il nuovo stato di semi prigionia in cui si trovava per l’attesa del permesso di soggiorno, viene mandato a Caltanissetta in un centro d’identificazione ed espulsione (CIE) o centro di permanenza per i rimpatri (CPR), come verrà poi rinominato. Cosa sono questi centri? Sono strutture dove di fatto vengono detenuti i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno: “Nonostante i cittadini stranieri si trovino all’interno dei CPR con lo status di trattenuti o ospiti, la loro permanenza nella struttura corrisponde di fatto ad una detenzione, in quanto sono privati della libertà personale e sono sottoposti ad un regime di coercizione che, tra le altre cose, impedisce loro di ricevere visite e di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale.”. Trovate una spiegazione più approfondita, con la storia legale di questi centri qui.
  • Potete trovare un’intervista all’autore su questo sito, e una breve intervista video qui.
  • Qui potete vedere il viaggio di Abdel ricreato su mappa.
  • La copertina del libro è una foto di Francesco Malavolta, fotoreporter che dal 2011 documenta ciò che accade sulle frontiere europee per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea Frontex, concentrandosi in particolare sui viaggi dei migranti via mare. Qui trovate il suo sito ufficiale, e, fra i suoi lavori, anche la foto originale della copertina de Le cicogne nere.
  • Il titolo del libro, Le cicogne nere, è spiegato in quarta di copertina: la cicogna nera è un uccello che durante l’inverno cerca un clima tropicale umido, migra così verso l’Africa, in contrapposizione a tante vite umane che invece migrano non verso, ma via dall’Africa. Questi volatili non dovrebbero esserci troppo sconosciuti, infatti negli ultimi anni hanno iniziato a svernare anche in Sardegna (fonte).

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